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  18/07/2014
Design & identità. Progettare per i luoghi
 Stefano Follesa | recensione di Angelo Minisci






Nel dialogo incessante tra permanenza ed evoluzione che il «fare» determina inevitabilmente nel corso della storia, il ruolo del design è ambiguo. Dalla Great Exhibition londinese, avvenuta nel 1851, la trama progressiva del progetto moderno è per certi versi riconducibile a quella sorta di History of Violence cui si può «ridurre» l'assai più ampia e complessa trama millenaria delle vicende umane e sociali. E un laconico riscontro di questa reciproca influenza sta nel quasi-gemellare intreccio (dai ritmi ascensionali e «discenditivi» appena differiti) che le vicende disciplinari condividono con l’industria bellica.
Ma anche atteso ciò, ovvero considerata la consistenza del portato «acquariano» nella storia concreta del design industriale, è da notare che in questa ecolalia progressiva esistono soglie e gradualità. Al punto che oggi si potrebbe affermare che questa corsa appaiata abbia finito col «provocare» addirittura la sovrapposizione di entrambi gli universi: creativo e ablativo. Fase oltremodo critica, dove chi progetta avverte in modo palpabile come ad ogni atto progettuale corrisponda un
alter ego negativo teso a determinare altrove la distruzione di «ambienti» consolidati, sia privandoli di risorse sia sommergendoli di rifiuti.
Corrispondenze che se per taluni si giustificano con l'inesorabilità delle «leggi» volte a consentire ad un mercato languente di sopravvivere, d'altra parte, forse con più lungimiranza, potrebbero essere colte come occasione vitale per dibattere (anche nel solco della lettura di Ermanno Olmi) quale sia il senso attuale del «mestiere delle armi» a fronte di un'ormai così residua rilevanza del «corpo a corpo», della «materialità» e di quant'altro sia desumibile dai luoghi di fabbrica degli oggetti che ci circondano.
Sebbene le speranze sulla tenuta e sulle capacità di recupero di ragioni territoriali per il progetto siano sempre più esigue, la ricerca di identità di tali «forma di vita» e di azione è una questione cui occorre al più presto dare non solo alimento e ragioni ma energie e dedizione. Da parte di chiunque.
In questo senso il lavoro di Follesa si dimostra essenziale poiché riesce a far emergere una rete di relazioni ed eventi (accaduti, attesi, avviati) tra formazione, arte, industria e territorio che occorrerà sempre meglio saper riconoscere, tutelare e adeguatamente valorizzare affinché anch'essa riesca a costruirsi un ambito di legalità «alternativa» sufficiente a dimostrarne la competitività e l'efficacia in un prossimo futuro produttivo sempre più condiviso e consapevole
.


Design & identità: una riflessione ai margini

Come segnala lo stesso Stefano Follesa a proposito del suo ultimo volume «il rapporto tra oggetti e luoghi ha caratterizzato e definito gli strumenti del nostro vivere dalla comparsa dell'uomo e perlomeno sino alla seconda rivoluzione industriale e al progressivo sostituirsi del fare manuale col fare delle macchine. Sino ai giorni dell'industria gli oggetti sono sempre stati espressione del tempo e del luogo che li ha generati ed è in questa appartenenza, fatta di materie, usi, tecniche e saperi, che si è sviluppata una diversità culturale che ha alimentato lo scambio e le contaminazioni tra i popoli. Questa diversità, queste ibridazioni, sono il nutrimento di un'identità che giorno dopo giorno è diventata sempre più debole perché non più alimentata dal presente».

Marco Magni, Vacula - contenitore

Ed è nel segno della centrale tematica della scissione fra «ambienti» formativi, progettuali, produttivi e di consumo/ostentazione dei «tecno-fatti» che il volume Design & identità. Progettare per i luoghi si domanda su «cosa» e «come» fare oggi «in una fase di ripensamento dell'idea di modernità che ha permeato le trasformazioni del nostro paese dal secondo dopoguerra» della prassi e, soprattutto, dell'agire progettuale.
Per Follesa infatti «al mondo del progetto» compete «un preciso ruolo nella prefigurazione di nuovi modelli di sviluppo che tengano conto della profonda interdipendenza oramai attiva fra le economie, delle potenzialità espresse dallo sviluppo delle comunicazioni, ma anche e soprattutto, delle specificità di ogni paese che implicano una visione particolare del progresso».

È chiaro che anche il fisico o il chimico che sperimenta un composto metallico è un artigiano. Come rileva Paolo Deganello, i designer sono «alchimisti che studiano il modo di tenere insieme un pezzo di legno con uno di plastica, ne verificano i colori, ne cambiano la forma e lo ripensano fino a decidere di sostituire la plastica con il vetro o di ritornare alla ceramica. Non perché la ceramica sia più artigianale della plastica, ma per il semplice motivo che l’industria ceramica ha inventato le tecniche usate poi per lavorare la plastica. Questo significa che esiste un processo evolutivo nella costruzione della forma, e che il problema non è ritornare alla forma fatta a mano ma rendersi consapevoli che ormai anche l’artigiano usa lo stampo» (Paolo Deganello, Quale è il legame tra artigianato industriale e design?, "Abitare" 491, 2009).

La crisi del design sta forse proprio nell'aver legittimato il ritorno alla «elitarietà» della merce.
«Da più parti» nota lo stesso Follesa «le risposte a tali necessità sembrano passare attraverso un ritorno al locale, una nuova economia dal basso, sostenibile e rispettosa della diversità dei territori che possa restituirci il senso di continuità storica del nostro vivere. Per il nostro paese, più che per altri, la necessità di un ritorno ai luoghi, alla diversità che può alimentare nuove economie, al recupero di una cultura del fare per la quale siamo ancora conosciuti nel mondo, è al contempo una strategia e un'esigenza». L'obiettivo di questo volume, prosegue l'autore, «è quello di capire che rapporto ancora intercorre tra oggetti e identità e in che modo le cose possono ancora essere espressione del tempo e del luogo che le ha generate. Perché ciò avvenga è necessario costruire una nuova modernità "memore" che sappia guardare al passato nel definire nuovi linguaggi e nuove espressioni del fare».

Riccardo Dalisi, Caffettiera napoletana, Alessi

Di qualche interesse può essere riportare le riflessioni degli autori della ricerca Ripensare il fare: la nuova imprenditoria artigianale nel quadro di un diverso sviluppo locale. Per loro, infatti, a segnare in modo peculiare gli intervistati «è il cambiamento tecnologico (...). Un cambiamento così potente e invasivo da toccare la dimensione antropologica e rimodellare il rapporto degli uomini con gli altri. Diversi sono i nomi con cui sono stati chiamati i lavoratori dell’età postfordista: knowledge workers, net workers, lavoratori della new economy, creative class e così via. I loro connotati, le loro specificità e il loro futuro sono oggetto di diversi approcci esplicativi per molti versi convergenti e per altri ancora divergenti e vaghi» (Renato Fontana, Erika Nemmo, L'artigiano tecnologico: dal martello all'open source).

Una diversità antropologica nascente per la quale comunque vale il motto «I shop therefore I am», poiché oggi «il consumo più che il lavoro dà oggi identità, e "scegli il colore purché sia nero" è oggettivamente insopportabile per chi ha grande potere di acquisto. Da tempo la reazione alla società di massa ha portato al trionfo un esasperato "individualismo"» (Roberta Paltrinieri, Felicità responsabile, Franco Angeli 2012).

Come nota ancora Deganello, questa nuova epoca intimamente narcisistica «ha portato il design a riscoprire il fascino dell’esclusivo, il prodotto elitario, il pezzo unico, addirittura firmato, il collezionismo invece dell’uso, così il vecchio prodotto artigianale, ormai disegnato al computer, ritorna attuale, addirittura, col “fai da te”, può essere avanguardia. La piccola serie riemerge così quale garanzia di qualità ad alto prezzo, contro la grande serie omologante dei consumi» (Paolo Deganello, Quale futuro per il design?, "Lib21", 2013).

Ma la mutazione descritta da Fontana e Nemmo segue logiche sottili. Per gli autori della ricerca citata la rilevazione del cambiamento non può limitarsi «a esaminare il processo top down, ovvero quello convenzionale secondo il quale gli input all’innovazione provengono "da chi pensa", bensì considera soprattutto il processo bottom up, quello che si esplica attraverso la logica dell’open innovation e del crowdsourcing (...). Ecco, dunque, che la scelta di denominare» tali soggetti come «"artigiani digitali" non è tautologica ma discende dall'ipotesi che i tanti soggetti che si confrontano da vicino con le nuove tecnologie e in particolare con le Ict siano portatori dal punto di vista cognitivo, valoriale e operativo di un certo "tasso di artigianalità"» (Renato Fontana, Erika Nemmo, Op. cit.).

Volendo dare un ruolo concreto a questo termine, Fontana e Nemmo notano come sia proprio il "tasso di artigianalità" di una professione a fornire la misura del «punto di equilibrio tra gli aspetti creativi, cognitivi, relazionali e quelli rigidi, esecutivi, performativi. Tra i soggetti interpellati sono presenti sia gli aspetti del primo tipo che quelli del secondo in un mix nel quale la prevalenza è da assegnare alle competenze relazionali». Sicché gli autori non cercano minimamente «di accreditare una deriva romantica all'artigiano di una volta: quello che svolgeva un lavoro sporco, duro e poco remunerativo. La storia non torna indietro e neppure le figure sociali. Gli artigiani digitali creano qualcosa di tangibile per quanto fruibile solo tramite un monitor. Creano con uno spirito artigianale attento alla qualità, ma avendo tra le mani – questa volta – degli strumenti high tech, di fronte i consumatori della modernità liquida, e attorno contesti organizzativi che hanno un piede nel fordismo e uno nella postmodernità (...). I contesti formativi tradizionali sono sostituiti da un intreccio di opportunità di apprendimento da procacciare con tenacia e in cui il Maestro può essere uno sconosciuto, un oggetto, una scena condivisa per caso ma anche un libro o un racconto, e così via.» (Renato Fontana, Erika Nemmo, Op. cit.).

Atelier Metafora, Odile - teiera, Cassetti

In questa apparente debolezza di contenuti e di strutture di riferimento è allora possibile rinvenire gli esiti di un dibattito ormai pluridecennale sul post-moderno, dibattito che venne infatti inaugurato da Francois Lyotard, nel 1979, con il saggio intitolato La condizione post-moderna. Lyotard colse già allora come la crisi delle meta-narrazioni dell'umanità segnasse «il fallimento del progetto razionalistico della modernità per lasciar emergere il posto che hanno il sentimento, il corpo, la natura» (Lanfranco Rosati, Il tempo delle sfide, La Scuola, 1993). E non molto diverso, poco più tardi, era il messaggio emergente del «Pensiero Debole», condotta intellettuale formulata ed elaborata da Gianni Vattimo che «ci invita ad abbandonare senza rimpianto le categorie "forti" della metafisica classica» come ad esempio quella di «progresso (...) categoria forte, perché lungo la linea unitaria del progresso, troviamo soltanto la storia di ciò che ha vinto» (Giovos87, Il Pensiero Postmoderno, "Paid To Write", 2014).

L'idea di «Pensiero Debole» riesce così a «rappresentare in modo chiaro quale sia il pensiero post-moderno. Sull'onda di tale modalità di pensare, si è venuto a modificare il senso stesso della formazione, e con essa la stessa nozione di Bildung, che va assumendo sempre più l'idea di una Bildung senza Bild, di una formazione senza una forma pre-costituita, rigida, statica. Potremmo definirlo come un processo aperto nel quale la bild non è rappresentata da un esclusivo modello di riferimento, ma essa tenta di restituire al soggetto la sua specificità, nei confronti dei valori e della cultura; lo rende libero di scegliere tra la pluralità di possibilità che il mondo gli offre» (Giovos87, Op. cit.).

Per tale via diventa quindi possibile «dar vita ad una formazione critica e senza centro che va emancipandosi dalla prospettiva ideologica (che ha guardato all'educazione come ad un dispositivo di conformazione del soggetto-individuo) sia da quella economico-sociale (che ha insistito sulle competenze tecnico-professionali del soggetto-lavoratore)» (Giovos87, Op. cit.).

E questo credo che ci riporti all’idea antropologica e multiversa che Stefano Follesa segue nel suo scritto. Come sostiene Sennett «l’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno» (Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2008).
In questo senso un ritorno al futuro sembra un segno importante per chi è tenuto a orientarsi nel sistema delle professioni odierno.


allegati:
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  • Stefano Follesa
    Design & identità. Progettare per i luoghi
    Franco Angeli, Milano 2013
    ISBN 9788820464981
    160 pp.
    http://www.francoangeli.it

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    Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013 Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013, pagg. 22-23 Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013, pagg. 48-49 Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013, pagg. 62-63

    Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013, pagg. 106-107 Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013, pagg. 108-109 Stefano Follesa, Design & identità. Progettare per i luoghi, Franco Angeli, Milano 2013, pagg. 124-125


     
         

     
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