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  28/07/2014
Nascita e storia di un oggetto di desiderio*
 Omar Calabrese






Con questo breve contributo dedicato al settore che più ci compete, rechiamo testimonianza – in modo parziale e certamente non esaustivo – all'ennesimo vuoto occorso in Toscana in questi anni. Ormai più di due anni fa moriva a Monteriggioni Omar Calabrese, figura densissima, di profondo spessore culturale e umano, la cui attività multiforme resta per molti versi non facilmente sintetizzabile nelle poche righe di cui disponiamo. Come aveva bene posto in luce, oltre un anno fa, la giornata di ricordo ISIA tributatagli il 19 aprile 2013 (organizzata da Michela Deni e Francesca Polacci, che vide la partecipazione di Giovanni Anceschi, Emanuela Cresti, Stefania Stefanelli, Tarcisio Lancioni, François Burkhardt, Massimo Moneglia, Franco Raggi, e Giuseppe Furlanis) la produzione scientifica di Calabrese presenta numerose sfaccettature: la sua formazione come linguista, nella scuola fiorentina di Nencioni, i contributi offerti agli studi sul design, sulle arti visive, sulla comunicazione, oltre naturalmente alle ricadute e sviluppi che i suoi contributi hanno avuto, e continuano ad avere, nel percorso scientifico di coloro che con lui hanno condiviso progetti o esperienze di ricerca. Il testo che segue esemplifica, pertanto, solo un tratto delle molteplici attività (alcune forse nemmeno note al pubblico colto) che in questi davvero laboriosi anni il semiologo e mediologo fiorentino ha saputo «donare» alla vita sia culturale che civile italiana.

Che bel nome, ha la Vespa! Come sia nato, esattamente non si sa. Dice la storia che in fase di progettazione quello che sarebbe diventato il più famoso scooter del mondo fu chiamato Paperino. Ma vuole la leggenda aziendale che quando Enrico Piaggio vide il modello definitivo, che Corradino D’Ascanio gli mostrò dopo averne effettuato le modifiche desiderate dal padrone esclamò: «Bello, sembra una vespa». E Vespa fu.

Certo, mai nome fu più adatto ad un oggetto. La vespa, infatti, è un insetto simpatico: individualista, indipendente, amante della natura, anche se pericoloso e improduttivo (visto che non fa il miele). Si muove velocemente, senza sosta, un po’ dappertutto, quasi ad interpretare quel che dice l’etimologia stessa dello scooter (che viene da to scoot, filar via alla svelta). La fortuna di questo onomastico è stata d’altronde straordinaria. Era un nome comune, è diventato nome proprio di un veicolo, ma poi è stato capace di ritornare ad essere di nuovo nome comune (si dice infatti «la» Vespa, ma anche «una» Vespa), e anzi qualche volta viene impiegato anche a coprire più genericamente veicoli non prodotti dalla Piaggio.

Nella storia, mi pare che qualcosa di simile sia capitato solo all’aspirina. Come ogni nome fortunato, la Vespa ha anche «messo su famiglia». Nella stessa linea sono stati infatti chiamati nell’ordine Ape, Moscone e Grillo altri tre veicoli Piaggio. Tutti insetti, a far proseguire l’idea di un piccolo motore (e del suo ronzio) che vola dovunque e comunque. Ma, sempre nell’ordine, si è avuto anche un decrescente successo. Bene Ape, il veicolo operaio, non utilizzabile però nei paesi anglofoni («ape» in inglese è scimmia), tanto da dover essere ribattezzato Vespacar o Bromponie in Sudafrica. Così così Moscone, «la Vespa del mare». Quasi ignoto Grillo, un motorino non passato alla storia. Ma questo è il destino del capolavoro: rimane unico, a dispetto delle imitazioni.

La forza del nome si è poi trasferita a tutta la comunicazione del nostro scooter. È ancora nella memoria lo slogan degli anni Cinquanta: «Vespizzatevi!». Il quale costituisce una innovazione linguistica (un po’ come «Votate socialista» o «Camminate Pirelli»), dal momento che crea un verbo a partire da un nome proprio. Ma anche il famoso «Chi Vespa mangia le mele», della fine degli anni Sessanta, è un esempio di trasformazione dell’italiano. In questo caso, con funzione anche estetica, perché crea una sorprendente ambiguità fra un ipotetico «vespare» e l’ellissi del verbo «avere» («chi [ha] la Vespa…»).
Negli anni Settanta la Vespa arrivò persino a ribattezzare i propri «nemici», cioè le «sardomobili»: conio ardito che mischiava le sardine e le automobili per indicare in una parola sola la fatale degenerazione del traffico urbano.

La Vespa fa parte della storia italiana a tutti gli effetti. Nacque nel 1946, e fu subito il miglior esempio possibile di strategia della Ricostruzione. Enrico Piaggio possedeva un’azienda distrutta dalla guerra, e inoltre del tutto inadeguata ai nuovi tempi di pace. Nel periodo bellico aveva costruito elicotteri, aerei, veicoli industriali per l’esercito e perfino armi. Prima ancora, aveva prodotto treni, tram, navi. Le sue prospettive, in un paese dall’economia inesistente, erano quasi nulle. La Vespa fu la sua vera grande trovata. Era un veicolo per il trasporto urbano, o anche per il piccolo viaggio; era la soluzione individuale, povera, al problema della mobilità, insolubile con i soli mezzi collettivi; era la miniatura del possedimento motoristico, che altrove si realizzava con l’utilitaria. Insomma: rappresentava quel che potremmo battezzare un «fordismo all’italiana». Per questo divenne facilmente un mito: un mito operaio, ma anche mito del riscatto, un mito familiare, ma per le giovani coppie, un mito di libertà, ma all’interno di una società industriosa e ottimista.

Il mito riuscì ad espandersi anche nei periodi successivi, come quello del boom, o quello del rinnovamento generazionale degli anni Sessanta. Tutto, infatti, sembrava già scritto nelle caratteristiche del prodotto. Il boom vide la moltiplicazione dei modelli in decine di versioni, a partire da quella standard fino agli esemplari più di lusso. La diffusione dell’automobile, avvenuta in quegli anni per merito della Seicento e della Cinquecento, promosse l’idea dello scooter come salvezza dal traffico. La produzione della cilindrata più piccola, la Vespa 50, si accompagnò con la legge che consentiva la guida senza targa e senza patente: e fu la scoperta del mondo giovanile.

Le prime avvisaglie dell’inquinamento, e le conseguenti campagne ideologiche contro di esso, portarono a vedere nella Vespa un antidoto. E così la storia è fatta: «Vespizzatevi!», «Con Vespa si può», «Chi Vespa mangia le mele», «Contro le sardomobili, giovane chi Vespa», eccetera, eccetera, in un succedersi di messaggi che spesso, a rileggerli oggi, non sembrano affatto banali campagne pubblicitarie, ma quasi anticipazioni di un sentire «politico» comune, o, quanto meno, testimonianze di una attenzione al sociale piuttosto insolita nella storia dell’industria italiana.

La Vespa vive nell’immaginazione di molte generazioni di italiani (e di europei, e di americani, e di africani, e di asiatici...). Ma non solo perché si tratta di un oggetto mitico. La Vespa è anche una di quelle cose che fanno stabilmente parte del paesaggio della nostra vita quotidiana. Non sono molte, queste cose: la Coca Cola, lo Swatch, la Polaroid, il walkman, le scarpe da tennis, forse qualche automobile come la Dyane, il Maggiolino e la Cinquecento...

Così, è capitato che la Vespa sia stata protagonista involontaria (cioè non prezzolata) delle arti e delle lettere. La ritroviamo sulla scena di decine di film (se ne possono contare ben 83!), di cui alcuni famosissimi, come Vacanze Romane, La dolce vita, Caro Diario, solo per citare i più eclatanti. Oppure, protagonista di racconti firmati da gente come Folco Quilici, Gino e Michele, Vitaliano Brancati. La vediamo ritratta da Renato Guttuso e decorata da Salvador Dalì. La vediamo fotografata accanto al Papa, allo scià di Persia, al Vicepresidente dell’India e a quello del Brasile. E montata da Gary Cooper, da Gregory Peck, da Ursula Andress, da Audrey Hepburn. Jacovitti le ha dedicato delle striscie. E perfino la musica leggera non l’ha disdegnata, soprattutto all’estero. Possiede persino una canzoncina tutta sua, naturalmente un tango: La Vespa y la Guapa.

Ma, quel che è più importante, la Vespa è immortalata in chissà quanti milioni di fotografie di famiglia, oggetto di accompagnamento di ricordi personali e soggettive avventure. Ne fanno testimonianza le migliaia di Vespa Club che si sono formati nel mondo a partire dagli anni Quaranta: coi loro raduni, i loro giornali, la loro rete di corrispondenze. Li ritroviamo ancora oggi, in traduzione moderna: se navigate su Internet, potrete imbattervi in una finestra creata da un gruppo di americani, che rimangono ancor oggi legati alla passione del nostro italianissimo scooter.

L’aspetto «estetico» della presenza della Vespa nel mondo occidentale moderno ha sempre trovato riscontro nella comunicazione che l’ha accompagnata. Nei diversi periodi, le campagne della Vespa hanno avuto la capacità di tradursi in «avanguardia di massa». Basti pensare alla grafica del periodo di Longanesi, lineare, sottile, spiritosa in un mondo che non prevedeva particolari slanci poetici in pubblicità. Oppure, al disegno forte e scintillante di Savignac, che precede addirittura la pop art. O, infine, alla solita leggendaria campagna del «Chi Vespa mangia le mele», che nella parte grafica introduce in Italia una pop art del tutto compiuta, e anzi ne annuncia le mutazioni verso gli stili hippie e new dada.

Cara, vecchia Vespa, sempre così attuale. La Vespa è un oggetto probabilmente immortale, uno di quegli oggetti che unificano generazioni e classi sociali, sessi e gusti o tendenze. Una rapida carrellata dei temi che hanno accompagnato la comunicazione della Vespa ci consente di intravedere tutta intera l’evoluzione del costume italiano (e forse occidentale). In primis, l’emancipazione delle classi meno abbienti durante la ricostruzione. Accanto a questa, la nascita dei giovani come entità singolare e provvista di una sua dignità, di un proprio desiderio, e perfino di un proprio destino. E poi le donne: trasformate in individui autonomi, e non più accompagnatrici del guidatore. L’argomento dell’ambiente, poi, ha trovato nella comunicazione della Vespa una nobiltà e una forza notevolissimi, in tempi davvero non sospetti, quando l’argomento non era ancora considerato dalla politica o dai movimenti progressisti.

Ma la Vespa è stata capace di tutto questo perché è uno di quegli oggetti che sono capaci di identificare un paese, il nostro, che in fondo ha pochi altri «segni particolari» che ne costituiscono la carta d’identità nell’era moderna: la pizza, la pasta, il caffè, O sole mio, Venezia, il Palio di Siena, il panettone, la moda, il Borsalino. Ma, mentre tutti questi rendono un’idea di tradizione e di cultura del passato, la Vespa offre anche quella dell’invenzione e della modernità. Con un pizzico di sentimento, di originalità, di moderata rivoluzione che questo veicolo – in effetti assai «progressivo» – sa dare.

La Vespa è bella nelle fattezze, ma è costruita per chi non ha mezzi elevati. Diverte, senza dimenticarsi della primaria funzione utilitaristica. È libera e anticonformista, senza lasciarsi andare ai ruggiti o alla violenza della velocità. L’ingegner Corradino D’Ascanio, marchigiano e democratico lui stesso, che la inventò prendendo a prestito pezzi di moto e di aeroplano, sarebbe felice di oltre cinquant’anni di vita che non hanno fatto perdere nulla della leggerezza, e profondità, esistenziale del suo piccolo grande scooter.

* Il testo qui riportato è stato originariamente pubblicato sul volume: Omar Calabrese, Tommaso Fanfani (a cura di), «Vespa: 60 anni di comunicazione», Editrice Compositori, Bologna 2006








 
     

 
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