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  19/06/2014
A lezione da Giovanni Klaus Koenig
 Giovanni Klaus Koenig






25 anni fa la scomparsa di Giovanni Klaus Koenig segnava in modo indelebile la storia della sua città d'elezione: Firenze. Coincidenza vuole che quest'anno cadano anche i 90 anni dalla nascita di chi, a buon diritto può essere considerato tra i padri storici del design industriale italiano. Una doppia opportunità celebrativa che, apparentemente, la Toscana sta vivendo in «sordina». Alle viste, infatti, non sembrano molti gli eventi istituzionali dedicati a commemorare in un immediato futuro queste due coincidenti ricorrenze cronologiche. Tra l'altro né il ventennale di Leonardo Ricci né il trentennale di Edoardo Detti sembrano (a meno di nostre sviste clamorose) aver innescato eventi di sorta. Il 2014 parrebbe quindi confermare la testarda ritrosia al ricordo «breve» che Firenze (affetta da una cronica «sindrome della vestale» che la conduce a confrontarsi quasi esclusivamente con ciò che è almeno plurisecolare) è in grado di offrire, per così dire salomonicamente, sia al Design che all'Architettura e l'Urbanistica.
Ma tornando a Koenig, verrebbe da chiedersi come mai un teorico che tra i primi riscoprì Peirce e le implicazioni dello studio della semiotica applicata all'architettura e al design non abbia suscitato nemmeno in Toscana il pubblico, condiviso ricordo praticamente da parte di nessuno. E, forse a maggior ragione, come mai fra le tracce della prova d'italiano alla maturità di quest'anno si trovasse citata la frase di un grande architetto sulle città «fragili (...) in particolare le periferie» per le quali occorre «una gigantesca opera di rammendo» mentre chi ha teorizzato (già nel 1970) e operato (quasi tutta la vita) affinché «gli oggetti della comunità» fossero pensati come «terminali di un circuito» disposti in una serie di «percorsi coordinati» non viene doverosamente citato da chi ha convissuto con lui (da coevo, da epigono) un'avventura intellettuale davvero entusiasmante e pionieristica.
Verrebbe da dire, forse cinicamente, che il motivo principale è che oggi Koenig non partecipa più a convegni, non presenta in televisione i propri libri, non è nemmeno «senatore» e, di conseguenza, è escluso dal circolo «virtuoso», si fa per dire, dell'attuale comunicazione (di settore e generale) che sempre più di sovente parla, scrive e ostenta, esclusivamente quel che ha visto, letto o colto non tanto in prima persona, bensì indirettamente, ovvero, per essere benigni, con le modalità differite e «mediate» tipiche della trasmissione «apollinea» (responsabile della «cultura del commento» o della «brillante vuotaggine» cui ha dichiarato guerra George Steiner) e di quel sistema informativo ossessivo e frenetico (quanto superficiale) che per James Hillman conduce alla «intossicazione ermetica».
Assai più «dionisiaca» e in diretta confidenza con la fiamma viva di Efesto era invece l'esperienza e la sapienza di Koenig, espressione e frutto di «vissutezza», di relazioni vere con persone (i grandi e gli umili del progetto) e cose (i disegni originali non realizzati «ad hoc» per le pubblicazioni, gli edifici colti nei contesti locali, i prodotti seguiti nella filiera materiale e strategica). Saperi, nozioni, intuizioni che come fiumi carsici affluivano nell'oceano aperto delle sue
performance didattiche (cos'erano altrimenti le sue lezioni?) in cui quel che si trasmetteva da docente a discenti era immerso in una sorta di sinestetica condivisione (semi-orgiastica eppure «ben temperata») di memorie, spunti, illuminanti analogie, sintesi spregiudicate vivificate da una straordinaria capacità di fornire dettagli, stabilendo relazioni fra l'«alto» e il «basso», spiazzando (e «divertendo») di continuo l'interlocutore. Una ridda di sensazioni, parole, informazioni e preziosissimi «tranche de vie» da conservare, quasi religiosamente, «par coeur».
Koenig fu eroe di una cultura meritoriamente «trasversale» in grado cioè di tenere insieme senza disperderne i pregi specifici sia la competenza specialistica che gli interessi più astratti e al limite disfunzionali rispetto alla rigida obiettivazione dei contenuti formativi.
Anche in ragione di un tale
grund multi-sfaccettato e stratificato, Koenig ebbe modo d'essere efficacemente formatore, teorico, progettista, storico, critico e molto altro ancora. Ma un tratto davvero inquietante della sua personalità fu, come detto, la sorprendente sensibilità oratoria, la capacità d'incatenare il pubblico ad un «racconto» appassionante.
Come sosteneva anche Roberto Segoni (indimenticato compagno d'avventura nel
mare magnum dei mezzi di trasporto pubblico) l'impianto strutturale delle lezioni di Koenig si poteva paragonare a quello di un «giallo»: una suspense costantemente mantenuta sulle finalità e il senso ultimo del progettare (imprescindibilmente connesso al fenomeno del «gusto», dei comportamenti, delle aspettative societarie che insieme contribuiscono a dar forma al «senso comune» di un determinato periodo storico).
Ed era forse proprio tale smaccata confidenza con la diagenesi degli «zeitgeist» di cui il presente costituisce il lembo superficiale a consentire a Koenig di «presentificare» anche i più ostici postulati teorici in
exempla rilevatori (tratto peculiarmente caro a Umberto Eco che ne ha pubblicamente riconosciuto il debito in più occasioni), «vivificando» nell'oggi le reminescenze e le «tracce» antropologico-culturali relative a epoche e culture «altre» rispetto all'attuale e, soprattutto, facendo convivere in un unico complesso universo narrativo tematiche afferenti ai più disparati campi dell'arte (pittura, scultura, letteratura, cinema, musica, teatro, ecc.) e della tecnica.
Forse davvero troppo per essere compendiato nel solo brano qui di seguito riportato (lezione cui alcuni, fortunati, allievi hanno potuto assistere dal vivo ormai trent'anni orsono) e che intende essere il nostro primo, modesto, omaggio alla memoria di Giovanni Klaus Koenig.



I codici dell'industrial design*

Ogni nostra comunicazione è frutto di un sistema convenzionale di regole, elaborate per comprenderci attraverso i cosiddetti codici della comunicazione. E non solo nelle metodiche verbali, ma anche nelle comunicazioni affettive più intime: per chi ha buon naso, strofinarlo con l’amato bene pare sia più eccitante che congiungere le bocche, e sicuramente più igienico, se seguiamo il codice attribuito agli esquimesi. E non solo ad essi, ma anche agli gnomi dei boschi; dato che oltre ai codici reali esistono anche quelli di fantasia. Il drago, per esempio, non può che fumare dal naso, come ogni diavolo non è tale se non odora di zolfo.
Altro esempio: chi vedesse alla televisione italiana due uomini politici di partiti diversi, come Craxi e De Mita, baciarsi sonoramente sulla bocca, farebbe un balzo sulla seggiola pensando chissà cosa di turpe sui due. Ma se fosse un operaio polacco o russo non uscirebbe dal binario obbligato dell’interpretazione di una dimostrazione pubblica della fraternità di due partiti più o meno marxisti.

A proposito della Polonia e dei codici polacchi, nel bel film di Wajda Il bosco delle betulle si vede un giovane che rovescia un secchio d’acqua gelida sul pagliericcio di una bella contadina dormiente, suscitandone le risa, e non l’ira; mentre nella scena precedente si erano fraternamente divisi un uovo sodo, facendosi il segno della croce. Scene incomprensibili al pubblico televisivo italiano, e che facevano pensare a un probabile grano di follia di tutti i polacchi, oltre a una formidabile resistenza alla broncopolmonite.
Wajda non si era dilungato a spiegarci — essendo del tutto chiaro per un polacco — che spezzar le uova significava senza dubbio alcuno «è un giorno di Pasqua», e perciò la secchiata gelida, dopo la dissolvenza incrociata, avveniva la mattina del lunedì di Pasqua. Giorno in cui, in Polonia, bisogna mettersi l’impermeabile anche se è bel tempo, dato che nessuno rinunzia alla tradizione (la cui origine si perde nell’alto Medioevo) di innaffiarsi l’un l’altro. Sia in campagna che a Varsavia, dove i ragazzi si divertono un mondo a gettar secchi d’acqua dentro agli autobus pieni di gente; da cui l’uso dell’impermeabile, di cui si è detto sopra.
Il critico della nostra TV, invece di perdersi in chiacchiere fìlmiche, avrebbe fatto meglio ad avvertire i telespettatori dell’esistenza di questo codice, esclusivamente polacco. Lo slittamento semantico, nella nostra decodificazione del messaggio di Wajda, dal comico-gioioso al tragico (scherzo pericoloso e grossolano) spostava anche, a causa della persistenza del «rumore semantico», la decodificazione di tutto ciò che seguiva, rendendo ancor più difficile un giudizio sul film, semplice solo in apparenza.

Veniamo all’architettura. Poiché l’arredamento e l’architettura degli interni sono l’indispensabile tramite fra noi e la scatola muraria, come elementi di qualificazione estetica e funzionale dello spazio architettonico (quindi: effettuano una comunicazione non verbale), sono anch’essi frutto di codici rigorosi e di lessici più deboli, ambedue variabili nel tempo e nelle zone geografiche della terra.
Una scala che odorasse di pipì (di cristiano o di gatto) denoterebbe ogni trascuratezza e perciò miseria, e la sensazione olfattiva darebbe fastidio a chiunque. Mentre a Versailles, nel XVII secolo, fare i propri piccoli bisogni sulle scale era usanza comune fra i nobili, com’è dimostrato dalle pendenze trasversali dei gradini e dalle zanelle, poste laddove oggi mettiamo il battiscopa.
È chiaro che l’olfatto dei nobili, coperto dalle ciprie, era abituato ai cattivi odori, che non potevano certo mancare. Ma se nel primo capitolo del codice di corte stava il lever du roi, cioè il privilegio dei nobilissimi di assistere alle prime impellenti funzioni corporali susseguenti al sovrano risveglio, ai fiotti regali potevano ben seguire, ovun-que capitasse, quelli dei nobili, senza che nulla risultasse scandaloso. Oggi si andrebbe persine in galera, per «atti osceni in luogo pubblico» nonché per «deturpazione di pubblico edificio», poiché il nostro pudicissimo codice morale è entrato addirittura dentro la sua ombra legale: il codice penale.

Fra Oriente e Occidente vi sono le più grandi divaricazioni di codice, anche nelle comunicazioni più personali. Alcune sono di segno decisamente contrario: un rutto in viso all’ospite è quanto di peggio si possa fare, dopo un nostro pranzo; mentre sostituisce egregiamente, in una tavola berbera, il noioso brindisi di ringraziamento. Un indiano può rinunziare a tutto per vivere, ma non al pentolino con l’acqua per lavarsi il sedere dopo le bisogna; e non riuscirà mai a capire come possano fare gli europei, che hanno di tutto, a contentarsi dell’approssimata pulizia della carta igienica.
Ricordiamo con quanto spirito Buñuel, nel suo Fantasma della libertà, abbia insistito nel visualizzare questi codici, strettamente legati all’idea stessa di libertà, proprio perché da essi è così difficile liberarci. Attorno ad un tavolo stanno sedute sei persone su altrettante tazze da wc; e queste persone, chiedendo permesso, vanno poi a racchiudersi ad una ad una in uno stanzino attiguo, per mangiare velocemente da sole il pranzo. Mediante la fulminante battuta, detta a bocca piena a chi bussa impazientemente alla porta del mangiatoio — «Occupato!» —, Eunuci rivela il suo passato di poeta surrealista; e il suo mondo alla rovescia ha una dignità formale superiore a quella dettata dal nostro codice, perché la visione di chi si ingozza di cibo e si sbrodola non è certo esteticamente migliore di chi fa pipì, coperto dal tavolo e dalla generosa tovaglia. La conversazione, con la bocca libera dal cibo, scorre meglio che a bocca piena; e dunque il controcodice bunueliano, se venisse accettato, avrebbe anche una sua giustificazione estetico-funzionale.

Il problema che a noi interessa approfondire è che tutte queste convenzioni sociali creano un sistema di spazi e oggetti che le sottolineano, contribuendo a stabilizzarle nel tempo. È elementare che, dal fatto che le funzioni corporali vanno esercitate individualmente e quelle mangerecce invece collettivamente, discende che lo spazio del gabinetto sia assai più piccolo che quello del pranzo. Quindi, lo si riconosce non solo dall’arredo, ma anche dalle sue dimensioni. Mangiare e riempirsi la pancia di cibo quando si ha fame sono due cose diverse, che distinguono l’uomo dalle altre bestie (che infatti non si mettono a tavola come noi). Passare dalla mera soddisfazione fisica del bisogno di nutrirsi a un qualcosa di molto simile a un rito — e quindi con una sua particolare liturgia — significa introdurre una complessa serie di convenzioni, quali:

a) un orario dei pasti, comune ai membri della famiglia;
b) creare un luogo per la preparazione di cibi, e affidarla a qualcuno che se ne occupi; e un altro per mangiare;
e) creare un sistema di oggetti atti a favorire questa convenzione rituale: tavolo, sedie, posate, piatti, bicchieri, tovaglia, tovaglioli e via dicendo.

Convenzioni che, però, saltiamo allegramente quando, affamati, apriamo il frigorifero e arraffiamo con la mano quello che ci capita a tiro, con la soddisfazione supplementare — gradita ai giovani — di violare il codice familiare.

Il rito del pranzo è stato codificato alla fine del Quattrocento, e principalmente a Firenze, quando la borghesia prese il potere politico della città. Nei castelli medievali si imbandiva il tavolo, a seconda del numero degli ospiti, in una delle grandi sale; e tanto peggio per chi arrivava in ritardo. I servi mangiavano gli avanzi e i poveri mangiavano velocemente laddove capitava, spesso sul luogo di lavoro. È con la borghesia che si codifica la struttura familiare seduta a tavola, senza grandi differenze fra i ricchi e i meno ricchi, e comunque assai minori che nei secoli precedenti. La differenza stava nella qualità e nella quantità del cibo, ma non nel modo di appropriarsene: un cappone farcito o una minestrina d’erba venivano presentati con la stessa dignità.
Questa costanza della funzione «pranzare», susseguente all’usanza di far da mangiare per una sola famiglia, suggerì presto la creazione di un sistema di oggetti d’arredo — x piatti, y posate, z bicchieri, n tovaglie — da acquistare una tantum e da usare più a lungo possibile.
Sistema ben diverso da quello dell’estremo Oriente, dove, per esempio, sarebbe offensivo mettere in tavola un’arma pericolosa come il coltello ed è per questo che la carne si taglia in cucina a pezzetti pari ai bocconi.

Il nostro sistema di oggetti necessari per pranzare, nato per successive sovrapposizioni, è eterogeneo quanto scoordinato. Le posate devono essere di metallo, i bicchieri di cristallo, i piatti di porcellana e le tovaglie di lino o cotone. Oggi, i nuovi materiali plastici tendono a sostituire tutti questi materiali con altrettanti oggetti infrangibili, ma il bicchiere imita il vetro, il piatto la porcellana, il tovagliolo di carta la stoffa colorata; essendo ancora forti le permanenze tattili e visive. Ma l’uso di questi oggetti, il cui materiale tradizionale era stato messo in crisi dalla lavapiatti — macchina necessariamente imperfetta, dall’irragionevole consumo di energia, dovendo badare a rispettare materiali così diversi — si va avvicinando al codice orientale, che preferisce usare la carta per ogni suppellettile e le bacchette di legno, da buttar via dopo ogni pasto.

Se oggi noi preferiamo ancora usare per le nostre suppellettili materiali tradizionali e diversi fra loro è perché esse hanno non solo un quoziente semantico, cioè servono bene al loro scopo (è giusto che un bicchiere sia trasparente; che una scodella mantenga il calore; che un coltello sia affilato); ma hanno anche un altro quoziente sintattico, dando un godimento di carattere estetico che, nell’atto stesso del mangiare, si somma a quello fisico. Anche il linguaggio comune registra questa somma: all’arte culinaria si somma l’arte di imbandire la tavola, e i francesi sono cultori di ambedue. Basti riflettere a quante ore la televisione francese dedica a queste cose.

Acqua passata? Certo, in parte è passata davvero, poiché la civiltà consumista, così come punta sui cibi surgelati e precotti, al fine di invogliarci a risparmiare tempo in cucina (ma non denaro: anzi...), così tende anche a farcelo risparmiare a tavola. Ma lo spettacolo «giovane» delle scatolette aperte sui piatti di carta, con le forchette di plastica accanto, se è normale in un campeggio, non è altrettanto appetitoso una sera d’inverno, sul tavolo da pranzo di una famiglia di una qualsiasi città industriale; e sarebbe addirittura intollerabile in una mensa operaia, già gravata di altre tristezze.
Nel caso del pranzo, dunque, il convenzionale sistema di oggetti creato cinque secoli or sono dalla società borghese permane intatto, due secoli dopo la rivoluzione francese e quella industriale. Resiste tenacemente anche se, di pari passo con l’architettura razionale, il quoziente estetico del rito quotidiano del pranzo è fortemente diminuito, a vantaggio di quello funzionale. Il pranzo è l’ultima roccaforte della famiglia: l’unico punto di contatto o quasi fra le generazioni familiari. «Che fa tuo figlio?» «Lo vedo solo a tavola» è la risposta statisticamente più frequente. Ma proprio per questo motivo il design del sistema-pranzo, dal tavolo ai tovaglioli, è tutto fuorché rivoluzionario. Al limite, esso è l’alibi per mascherare l’avvenuta rivoluzione dei rapporti familiari, non più gerarchizzati nel pater familias che comanda la moglie, e assieme comandano i figli. Stranamente, questa gerarchia permane solo nella distribuzione dei posti a tavola: il padre ha rinunziato a quasi tutto il suo potere, ma non al suo simbolo spaziale che è il diritto di stare a capotavola.

Altro spazio, altri oggetti. Pensiamo a un’altra funzione: l’abluzione quotidiana nel cosiddetto bagno: eufemismo per non dire «gabinetto». Infatti, nessun ospite chiede alla padrona di casa: «Scusi, dove si defeca in casa sua?», ma sussurra: «Per favore, il bagno?». Ciononostante nessuno pensa che l’ospite voglia veramente fare una doccia prima di accomodarsi in salotto; altrimenti gli si fornirebbe un accappatoio, e non un asciugamano.
Questa nostra pruderie è il frutto dell’educazione cristiana, cattolica da un lato, protestante e vittoriana dall’altro. Anche in questo caso ben diversa è la civiltà orientale, ove il bagno è il massimo dei piaceri fisici, senza alcunché di peccaminoso; contrariamente al cristianesimo, che ha fatto il possibile per abolire il piacere del bagno, considerato come un fatto strettamente privato. L’idea di più persone che fanno assieme le abluzioni è intrinsecamente peccaminosa, e comunque fastidiosa.

In questa assoluta privacy si sono racchiuse assieme due funzioni diverse — lavarsi e fare i propri bisogni —, legandole a doppio filo anche nel nome: «stanza da bagno». E nello spazio comune alle due funzioni, esplicitate su apparecchi diversi, vi è sempre una chiave per chiudersi dentro; usata anche dai giovanissimi per i quali è normale andar nudi per le spiagge e girare seminudi per casa. Ma guai a chi entra nel bagno se ci sono loro, magari a leggere «Topolino».
Ora, se l’andare al gabinetto ha le sue ragioni per restare un fatto strettamente privato, e il codice che regola questa funzione, creando uno spazio «ipercompresso», aiuta il suo rapido svolgimento, non altrettanto può dirsi del bagno, cioè del lavarsi. Atto in cui il quoziente estetico è ben più elevato, e che abbiamo artificialmente ridotto per risparmiar tempo e spazio. Ma anche questo è un codice assai assurdo: i ragazzi si gingillano fino a mezzanotte passata a vedere i film alle emittenti televisive, ma quasi nessuno di loro è disposto ad alzarsi mezz’ora prima, la mattina, per il piacere di stare immerso in un bel bagno caldo, che renderebbe meno stressante la partenza obbligata per la scuola.
E tanto meno, per risparmiare l’acqua calda, si pensa a qualcosa di diverso dalla vasca standard, in cui ci si possa immergere con i fratelli, le sorelle o i genitori, come si usa in Giappone. Per carità: oltretutto sembrerebbe antigienico, come usare in due lo stesso spazzolino da denti. Mentre poi, al mare, giù a tuffarsi in cento in un metro quadrato dello stesso mare giallo, incredibilmente inquinato. Quando Le Corbusier, nella villa Savoye alla fine degli anni venti, incassò la vasca da bagno nel pavimento della camera da letto della padrona, fece scandalo: del tutto ingiustificato, sapendo che in quella splendida villa Mme De Mandrot non abitò mai. Era un capriccio da miliardaria; una villa fatta solo per dimostrare cosa significa «vivere modernamente» agli invitati ai garden-party, sul tetto-giardino.

Se Le Corbusier arrivava, le poche volte che glielo permettevano, a queste raffinatezze, il razionalismo architettonico codificò riduttiva-mente le stanze da bagno e i gabinetti, sia assieme che separatamente, per arrivare al famoso Existenz minimum dove lo spazio era ridotto al minimo funzionale, togliendo ogni quoziente estetico alle cure relative al nostro corpo. Adesso si tende ad aumentare il numero dei servizi («doppio servizio» non è più sinonimo di lusso sfrenato), cercando di far divorziare il bagno dai gabinetti. Però, potersi lavare in camera, per esempio, è totalmente in disuso, mentre il lavandino in camera da letto era un uso assai comodo, specie per i giovani frettolosi che si contentano, la mattina, di lavaggi sommari.
Negli ultimi venti anni la fantasia dei designer si è sfogata solo sui dettagli formali degli apparecchi igienico-sanitari, di forme e dimensioni standardizzate. Per cui il lavandino del grande capitalista differirà da quello del suo operaio per i rubinetti placcati in oro e la porcellana color celeste-madonna; ma probabilmente il meccanismo per tappare lo scarico sarà identico, non esistendone due diversi in commercio. L’operaio dividerà il lavandino con gli altri membri della sua famiglia — ecco la vera differenza — mentre il bagno padronale oggi si riconosce dall’avere due lavandini appaiati: uno per lui e l’altro per lei; questo sì che è il vero lusso!

Ogni pallido tentativo di svincolare il bagno dalla sua stanza canonica, di dividerlo dal bidet (sembra che siano fratelli siamesi) viene preso per originalità esibizionista. In Italia siamo assai più conformisti che nella California, dove il codice giapponese è invece assai più accettato, ed esistono riviste a larga diffusione che insegnano come realizzare da soli i propri bagni utilizzando botti, tinozze e altri contenitori d’acqua che possono egregiamente accogliere il nostro corpo. Come nel pranzo, anche nel bagno, dunque, il codice è fortemente arretrato rispetto alle avvenute trasformazioni del costume di vita. E sì che, giudicando dal foltissimo sviluppo della cosmetica maschile, oltre che di quella femminile, si deve dedurne che il tempo passato nel bagno sia anch’esso in aumento, e con un quoziente estetico (sia pure concentrato nello specchiarsi) certo maggiore di qualche decennio fa.

Le resistenze maggiori sono dovute soprattutto alla pigrizia, alla scarsa fantasia degli architetti; e soprattutto al fatto che le soluzioni innovative sarebbero artigianali, realizzate di volta in volta a seconda delle circostanze, e scarsamente fattibili negli appartamenti dei nostri casermoni. Ogni deviazione da queste regole urta contro tutto il nostro sistema tecnologico-consumistico, e perciò non può utilizzare tutti i canali pubblicitari che questo sistema mette in atto per convincere della sua perfezione. Chi pagherebbe un Carosello televisivo che propagandasse: «Costruitevi il bagno da soli!» (e al diavolo le ceramiche).

Solamente la crisi energetica (niente di meglio del sole per riscaldare l’acqua di una vasca da bagno, come sanno tutti i contadini della terra, da che mondo è mondo), il decentramento urbanistico e la rinascita dell’artigianato creativo, se correranno assieme per mano, potranno riuscire a spezzare il codice dei componenti della stanza da bagno attuale. Sistema oggi «coordinato», ma che porta a uno spreco dell’acqua potabile che diverrà intollerabile, se continueremo a buttarla via in modo così cretino (come avviene anche nella lavapiatti). Credo che in questo campo, molto più che in altri, vi sia un’apertura a soluzioni alternative, in cui il designer non sarà solo un disegnatore di belle forme e dettagli funzionali, ma dovrà proporre nuovi oggetti emergenti, facenti parte di un rinnovato circuito energetico; che, a sua volta, modificherà in modo deciso il nostro modo di lavarci.

Abbiamo parlato di codici e di convenzioni perché lo spazio interno della nostra casa, con i suoi elementi di accentuazione qualificativa che sono: a) gli oggetti fissi (il boiler, la vasca da bagno, il forno ecc.); b) quelli mobili (i mobili, appunto), obbedisce a queste convenzioni.
Il punto di vista del semiologo è questo: tutti i vari stili dell’arredo — non dimentichiamo che esiste anche uno «stile moderno»: non si scappa a questa formalizzazione — altro non sono che l’aspetto formale di queste convenzioni. Alle forme del contenuto, variabili nel tempo e nello spazio, corrispondono altrettante forme dell’espressione che tengono conto del clima, dei materiali locali e del costume di vita dei fruitori, nonché del loro universo ideologico e culturale.
Lo stile non è dunque solo una convenzione estetica, ma si giustifica sempre come un nuovo codice che si appoggia su contenuti emergenti. Anche nel caso di un revival, naturalmente: quando in Italia nacque il neo-liberty non fu capriccio di Gabetti, Gregotti e soci, ma la prima reazione al piatto conformismo, per giunta tecnologicamente cialtrone, dell’architettura corrente degli epigoni del razionalismo architettonico.

Facciamo qualche esempio di questo processo di formalizzazione delle convenzioni sociali. Il baldacchino che racchiudeva i letti delle case dei signori del Rinascimento aveva ben precise funzioni: conservare il caldo nelle notti invernali e aumentare la privacy della coppia, dato che i servi dormivano nello stesso stanzone, sia per sicurezza che per accudire al fuoco dei camini.
La permanenza dei letti a baldacchino nell’età barocca e nel Settecento, divenuta un fatto stilistico, si deve a un aumento del quoziente estetico, incrementato dal soffitto a specchio, questo, sì, oggetto decisamente erotico; ma è nota l’attenzione del «secolo dei lumi» per questo genere di attività.
Nella casa popolare dell’arco alpino e nordico, invece, la funzione riscaldante del baldacchino veniva accentuata, fino a tutto il secolo scorso, nella trasformazione del letto in una vera e propria nicchia ad armadio, collegata con la stufa; anche se l’aerazione doveva essere problematica e non certo consona ai ricambi dell’aria codificati dall’igiene edilizia (disciplina nata poco prima del razionalismo, in cui si distinse il dottor Destouches, che divenne poi più noto, come scrittore, sotto lo pseudonimo di J.L.F. Celine).

La trasformazione della convenzione in stile, avvenuta nel letto a baldacchino, non la si ritrova nei letti-armadio dell’arco alpino. Ciò significa che il fenomeno avviene quando prevale il quoziente estetico della fruizione, con il seguente artificio: bloccare la naturale evoluzione fissandola in un codice non più funzionale, ma stilistico. Il prevalere di ciò che chiamiamo comunemente «moda», ovvero il soggiacere a un’impostazione esterna, porta con sé i germi del suo opposto, cioè il desiderio di cambiamento. Che avviene, per contemporanea decisione interna ed esterna (personale e di chi detiene il potere culturale), quando si decide di adottare una nuova moda, seguendo differenti canoni stilistici più aderenti alla realtà degli eventi. Il continuum della storia viene, per così dire, annodato dalla moda come le salsicce; una per una, ma legate tra loro.

Nel campo dell’arredo della casa borghese e popolare (poiché caso a sé fanno le ville ed i palazzi dei principi) l’architetto non ha che scarsissima influenza per tutto il XV e XVI secolo. L’arredo era composto da pochi oggetti funzionali, come la madia, la cassapanca, il letto, il tavolo, le panche, le seggiole e qualche grande armadio. Per rilluminazione, candele, lucerne e bugìe erano sufficienti alla scarsa vita notturna. L’arredo si tramandava di padre in figlio, senza problemi di stile (altrimenti non sarebbe arrivato fino ad oggi), dato che l’architetto lavorava per i potenti e non si sarebbe certo curato del disegno di un mobile o di un tendaggio; né, d’altronde, l’artigiano aveva bisogno del suo aiuto.

È alla fine del XVII secolo che si comincia a notare una divisione fra Inghilterra, Olanda e Germania da un lato, e Francia dall’altro. Il borghese delle prime tre nazioni, sufficientemente abbiente da desiderare di migliorare la propria casa, non delega all’architetto le scelte, ma egli stesso sceglie e compra i mobili e li sistema come preferisce. In breve, si fa la casa da solo, con un’operazione di partecipazione diretta, che Hermann Muthesius ha messo bene in luce nel suo famoso libro Das Englische Hans. Nel far ciò, il borghese è aiutato da tutta la cultura del suo paese, nella quale si inseriscono i mobili Sheraton e le ceramiche Wedgwood. La Cyclopedie del Chambers (1728) precede e ispira l’Enciclopedia francese, eppure era principalmente un manuale pragmatico per la scelta degli oggetti di uso casalingo.

Muthesius rimproverava ai tedeschi all’inizio di questo secolo di aver perduto da tempo questa sapienza, cioè la capacità di autodecisione culturale degli inglesi, che si traduceva in una scelta stilistica aliena dai capricci della moda.
La linea maestra del Werkbund tedesco portò, attraverso il Bauhaus, alla Nuova oggettività di Mies Van der Rohe, che si illuse di distruggere per sempre il concetto di «stile». Non ci riuscì, e per giunta cadde nella fatale contraddizione di principio che ha segnato la fine del Movimento moderno. L’architetto, criticando l’orripilante interno borghese — in primis, il salotto buono chiuso a chiave, pieno di «care cose di pessimo gusto» — in nome della propria oggettività, cioè del suo universo culturale di avanguardia, ben diverso da quello del popolo, imponeva le proprie soluzioni emergenti, uniche e sole ad essere «moderne». Soluzioni che furono comprese, ahimè, solo per il loro aspetto stilistico e non per quello che avrebbero dovuto significare; e come tali furono subite in nome di un ennesimo stile, per giunta asettico, scomodo e fastidioso. Oppure, vennero rifiutate, come avvenne nella Germania degli anni venti; e respinte con tanta forza abbracciando chi le combatteva a viso aperto, finendo così direttamente in bocca al furbo serpente hitleriano.

Per comprendere la sostanziale estraneità della Francia ai guai del Movimento moderno, con l’unica eccezione di Le Corbusier (che poi era figlio di un pastore calvinista svizzero, e si vede), bisogna risalire assai indietro, come si è detto; e cioè alla fine del Settecento. È allora che nasce in Francia la lucrosa professione dell’arredatore, cioè dello specialista nell’interpretare i desideri dell’utente. Non si tratta di un tecnico della costruzione, cioè di un architetto, né tanto meno di un ingegnere, ma di colui che, in cambio di denaro, compie il lavoro supplementare della qualificazione dello spazio architettonico (che toccherebbe al padron di casa), interpretando i suoi desideri talvolta poco chiari o contraddittori. E la spirale si mette in moto: se l’arredatore sa fare le cose meglio di noi, ci si fida di lui e gli si delega, come al sarto, le nostre scelte di gusto. Non a caso questo fenomeno si accompagna al prorompere della moda, non come fatto in sé (sempre esistito, da quando nel paradiso terrestre andò di moda la foglia di fico) ma come rilevante attività sociale. Nasce infatti anche il grande sarto innovatore del gusto, servito e riverito da una corte di fedeli lavoranti; mentre in Inghilterra le trasformazioni del gusto erano appannaggio di geniali dilettanti come Lord Brummel, o di generali dell’esercito come Lord Raglan e Lord Cardigan (fino ad oggi: Montgomery compreso).

E l’Italia? Poiché siamo destinati, in larga maggioranza, a vivere in questo paese, interesserebbe sapere se nel nostro rapporto con l’arredo e con gli oggetti d’uso, la nostra storia somiglia più a quella francese o a quella inglese. Se abbiamo cioè noi l’abitudine di scegliere gli oggetti della nostra casa, o se la professione di arredatore è così lucrosa come in Francia.
La risposta non è semplice, perché il nosttro paese è così vario, sia come classi sociali che come geografia (un contadino siciliano ha un costume di vita così diverso da un tirolese da renderlo più vicino al latifondista che lo comandava), da far diventare molto complessa un’indagine di questo tipo (che fa parte della sociologia stprica). Inoltre, le nostre usanze sono così condizionate dalle invasioni straniere pacifiche e non pacifiche, da conservare permanenze tipicamente inglesi (uno scaricatore di porto che prende il tè alle cinque di pomeriggio; solo a Livorno avvengono eventi del genere) oppure francesi, oppure ancora austriache, a seconda dell’importanza che ebbero nell’Ottocento (e anche dopo) le «colonie» degli stranieri in Italia, le quali influenzarono la duttile borghesia italiana talvolta in modo irreversibile.

Queste differenze sarebbero registrabili, con molta pazienza e attenzione, regione per regione; ma la loro influenza sul costume di vita contemporaneo — o meglio, dagli anni cinquanta in poi — sarebbe irrisoria di fronte a un altro fenomeno di più vasta portata sociale: l’inurbamento di grandi masse di lavoratori. A Torino, per esempio, di veramente «piemontese» è restato ben poco; basti bensare ai locali pubblici e principalmente ai bar, che fino a quindici anni fa erano identici a com’erano negli anni venti, perché così desideravano che restassero gli affezionati clienti piemontesi. Oggi non esistono più, rinnovati con un arredo assolutamente eguale a quello degli altri bar di tutta Italia, da Bolzano a Trapani. Basti dire che oggi, al «Cambio» il famoso ristorante cavouriano, è inutile chiedere l’egualmente famoso carrello dei lessi. «Non va più, signore» è la malinconica risposta del vecchio cameriere.

La civiltà contadina e paesana, nelle sue tante varianti regionali, codificava la vita della maggioranza della popolazione italiana ancora dall’inizio di questo secolo. Dopo ottant’anni, il polo dominante della cultura sono diventate le città nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione. La passività con la quale assistiamo alla rovina del nostro paesaggio rurale dimostra che esso non è più il sistema dominante della comunicazione, i cui valori riscopriamo con stupore le rare volte che ci allontaniamo dalle autostrade. Nei giorni dell’esodo di ferragosto, quando la televisione trasmetteva apocalittiche visioni di ingorghi autostradali, sono andato da Montepulciano a Grosseto, via Montalcino, senza incontrare anima viva (anche i contadini erano al mare), riscoprendo la bellezza di un paesaggio non visibile dalle autostrade. Esse, infatti, altro non sono che un sistema di comunicazione veloce fra città e città; non solo in senso fisico ma anche culturale. Da Firenze passiamo a Roma senza accorgerci, presi dall’attenzione della guida veloce, dei valori che ci sono nel mezzo, e di quanto essi siano importanti e diversi. Sono pagine del libro della nostra storia che saltiamo a pie pari, e siamo indotti a saltarle proprio dalla civiltà vincente, in nome della velocità. Che poi, per ironia della sorte, è una balla; quando stiamo due ore ad arrostire — noi e la macchina — in coda ai caselli, con la esclusiva visione di migliaia di altri disgraziati nelle stesse nostre condizioni.

La città, come ambiente significante, è oggi l’emittente di segnali che copre ogni altra stazione e con questo suo esclusivo vantaggio: che le emittenti montane e rurali emettono messaggi diversi, da decodificare con difficoltà (come, nella lingua, erano i dialetti), mentre la civiltà dei consumi ha omologato sotto un codice unico tutti i messaggi delle città grandi, medie e piccole. E perciò, in questo stadio estremo dell’entropia della comunicazione, così come oggi si assomigliano tutte le automobili, si assomigliano anche i loro utenti, le loro case e i loro arredi. La famiglia di origine contadina inurbata da due generazioni ha perso ogni autonoma capacità di giudizio o di scelta. Tanto meno si fabbrica l’arredo da sola come faceva il contadino nei mesi morti; ma non è nemmeno arrivata al punto «francese» di rivolgersi all’arredatore di mestiere, dal gusto sicuro. In più, il contadino del Sud si è inurbato al Nord, e i modelli si sono incrociati non solo per classi sociali, ma anche geograficamente. In questo caotico rimescolamento dei modelli di vita, come è avvenuto anche in Germania (dove l’85% degli abitanti lavora in una città diversa da quella di nascita), è logico che la pubblicità acquisti uno spazio smisuratamente ampio, fingendo di aiutare le scelte individuali, ovvero: diseducando fingendo di educare. E le industrie si danno un aiuto reciproco, talvolta palesato senza timori («Bevi birra, purché tedesca»), ma spesso invece in modo più subdolo, impegnando in scelte fasulle. Dallo smisurato bombardamento pubblicitario, l’utente viene trascinato nel falso dilemma: è meglio la Golf, la Ritmo o la Fiesta. Nessuno che gli dica che, forse, per il momento potrebbe fare a meno di tutte e tre e che gli converrebbe restaurare la vecchia 125: guai a dirlo, perché «si andrebbe contro la classe operaia».
E così avviene nell’arredo, dove alla Ritmo, alla Golf e via dicendo si sostituiscono le vasche da bagno x, y e z. Nessuno mai mette in dubbio che si potrebbe fare a meno di tutte e tre le vasche, specialmente quando si potrebbe riusare qualcosa di diverso, magari recuperato da una vecchia casa (in disuso, o trasformata per un’altra funzione).

Un’inversione di tendenza che miri al recupero della storia degli oggetti e delle preesistenze ancora valide è indispensabile per la vita del designer degli oggetti delle nostre abitazioni; altrimenti finiremo come sta finendo l’automobile. Ma l’operazione deve tener conto dei punti deboli dell’attuale sistema sui quali si può sperare di far breccia. Dopo il fallimento del razionalismo, è chiaro che nessuna operazione può essere condotta senza un, sia pur relativo, consenso.
Il punto debole, principalmente, è l’universale desiderio di recupero di certi valori della civiltà rurale e montana, che sono andati quasi perduti; nel senso che la loro rarità li ha fatti diventare infinitamente più appetibili di prima. Questo desiderio ha preso corpo col diffondersi del fenomeno della «seconda abitazione» fuori città e del contemporaneo recupero di tutta l’edilizia rurale abbandonata, nel raggio di cinquanta chilometri dalle città. Passato il rumore semantico della «civiltà contadina = miseria» che aveva fatto sostituire i pavimenti a mattoni delle case coloniche con le orribili marmette a mortadella, è giunto il momento in cui questi recuperi sono richiesti, e dunque possibili; e persino probabili.
Le tecniche artigianali si sono industrializzate e sono a disposizione di quei designer che vogliono dare una mano a migliorare i prodotti. Con tutti i vantaggi che derivano dall’avere un padrone non troppo potente, ma per cui cambiare un modello non significa, come nel mondo dell’auto, investire centinaia di miliardi. La Toscana ha poi sulle altre regioni il vantaggio di basare la parte sana della sua economia su questa piccola industria; e perciò, se esiste uno sbocco professionale, è anzitutto in questa direzione.

Ma non bisogna dimenticare il tragico errore del razionalismo tedesco, e cioè che la cultura del designer d’elite, come era quella del Bauhaus, possa imporsi dall’alto, senza una parallela e assai più faticosa operazione di educazione delle masse lavoratrici e consumatrici dei prodotti di massa.
Il problema aperto da Muthesius è ancora da risolvere, con l’aggravante di avere un nemico in casa, cioè la presenza della pubblicità diseducativa finanziata proprio dalle ditte produttrici degli oggetti. Le quali reclamizzano il prodotto (è un caso di oggi) non con la sua immagine ma con quella dello stilista che lo ha disegnato; esattamente come le riviste di moda.

La crisi energetica mondiale che ha già sconvolto l’economia di molti paesi come il nostro, si profila sempre più irreversibile con un deficit energetico che nel Duemila sarà incolmabile, nonostante l’uso delle centrali nucleari. Il premio Nobel Max Perutz ha tenuto a Venezia un agghiacciante seminario su questo argomento, ed è dubbio che avesse sbagliato i calcoli.
Il designer che non tenesse conto di questo non solo sarebbe moralmente corresponsabile del disastro che ci colpirebbe tutti, senza illusioni, ma segnerebbe la propria fine ignominiosa, autodistruggendosi. Non bisogna quindi limitarsi a progettare oggetti «per un mondo migliore», ma rendersi conto che il modello di questo mondo e i codici che lo regoleranno non possono essere quelli venuti dall’America in questo dopoguerra, all’insegna della ricerca di un benessere senza limiti. Essi, semmai, si avvicineranno a qualcosa di più simile a quello che oggi definiamo come «Terzo mondo».

Chi pensasse che questa allarmante prospettiva non ha bisogno di designer, sbaglierebbe di grosso. Credo invece che il campo di lavoro sia assai più vasto di quello di oggi. Occorre però pensare alla formazione di un tipo di designer assai più attento di ora alle forme del contenuto, al senso della sua progettazione. Il campo linguistico dei suoi oggetti non può essere rivoluzionato di colpo, pena il rifiuto, ma deve essere continuamente forzato, con un’operazione paziente e tenace, che rende solo alla distanza; come la Fiat 500 di Dante Giacosa, il nostro più grande designer in assoluto, purtroppo troppo presto emarginato dalla progettazione. Bisogna prepararsi per tempo, e non farsi battere dagli eventi, come è avvenuto alle nostre case produttrici di mezzi di trasporto privato e pubblico. Così come avviene con il cancro, solo una diagnosi precoce può far sperare in una possibile salvezza. La scuola, finché sarà ancora libera da condizionamenti politici e industriali, può e deve contribuire, libera com’è da scadenze immediate e da necessità produttive, a indirizzare correttamente la progettazione di oggetti di uso verso le nuove, inquietanti prospettive.

Si è iniziato parlando di codici, e con i codici terminiamo: diagnosi precoce vuol dire soprattutto attenzione ai codici emergenti, quelli che nascono dalle vere necessità — come, per esempio, il risparmio energetico — e non a quelli fasulli, propagandati da chi vorrebbe perpetuare l’attuale Pozzo di San Patrizio. Il che significa anche: ragionare con la propria testa, senza illusioni di facili guadagni o del posto fisso.

* Il testo qui riportato è stato originariamente pubblicato sulla rivista "Il Ponte”, anno XLII, n. 2, marzo-aprile 1986, pp. 158-172.








 
     

 
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