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  03/02/2014
Maledetti toscani
 Curzio Malaparte






Per il «livornese» Jonathan De Pas «un disegno» doveva «organizzarsi intorno a un'idea, che può essere logica, costruttiva, o anche formale, ma tale comunque da costituire il chiaro ben individuabile «nocciolo» di tutta la realizzazione, e che il prodotto deve esprimere con immediatezza senza ambiguità». Il progetto web Fabbrica Architettura volto alla «selezione e valorizzazione delle risorse umane, culturali e territoriali toscane» reca come sottotitolo «asciuttezza toscana». Al recente Festival di Sanremo, Cristiana Collu – «storica» direttrice del Man di Nuoro e, attualmente, del museo MART di Rovereto –, ha colpito gli astanti per la sua convinta interpretazione delle nozioni di «distanza» e «perifericità», come occasioni per «avere un progetto» e per credere che «dove si è sia il centro del mondo».
Esiste un tratto comune a queste disparate annotazioni?
Forse sì, ma per avvedercene appieno dovremmo por mente al fatto che la «centralità» oltre ad essere una nozione fisico-geografica, locale e contestuale è anche (e in modo affatto particolare) un concetto altrettanto mentale, un'«idea di relazione» che, a sua volta, è sintesi, «riduzione», «asciugatura» fino al «nocciolo» di altrettanti nessi (fatti di storia culturale e tecnica, di rapporto con gli ambienti di svago e di lavoro, di nessi con il paesaggio e le fabbriche sul territorio, di connivenze e compromissioni con oggetti della cultura materiale, del mondo contadino come dell'arte) che si stabiliscono fra soggetto e mondo che lo circonda.
Lo «stare» in un luogo, vivere uno spazio e sentirsene parte ad un tempo rilevante e partecipe testimonia sia la «riconoscenza» di una deriva (la propria rispetto al territorio) sia la fierezza di un radicamento e l'adesione ad un
traditum che non è affatto subìto quanto desiderato, voluto, proprio perché espressione di un raggiunto e forse ineguagliable «senso» dello stare a casa propria.
Senso di cui fanno parte, come detto, anche gli oggetti: il modo in cui essi danno modo all'uomo di sentirsi al centro di un «progetto di mondo» costruito idealmente intorno ad esso.
E non c'è, forse, saggio al mondo che descriva con più enfasi e definizione questo modo di guardare il mondo come «ambiente» umanizzato (ambivalentemente derivato e a disposizione dell'uomo) di
Maledetti Toscani scritto da Curzio Malaparte nel 1956. Si tratta di pagine di memoria relative ad un tempo di cui già si preavverte lo smarrirsi sempre più accentuato. Qui c'è il racconto della «centralità» di Prato percepita, vissuta e tramandata come quella di una seconda Roma in cui tutta la storia d'Italia, d'Europa e del mondo finisce in stracci. Una storia fatta di cose fatte dall'uomo per l'uomo, tratte dall'ambiente per essere «manipolate» in trame umanistiche, civili, cittadine. Quelle di Firenze, di Siena, e delle altre cento città toscane la cui «natura» antropizzata ad arte traspare al primo sguardo e resta impressa come una malia, un miracolo di struttura, intenzionalità e conformazione.
E appunto sulla miracolosa capacità toscana di trarre anche dalle «cose più semplici, più umili, più ordinarie (...) una certa loro virtù» si sofferma Malaparte rilevando che nella misura e nella proporzione di questa dialettica uomo/tecnica/natura sta il cuore segreto della felicità formale così diffusa nella regione. Quella forse smarrita «virtù di far le cose a modo, a miccino, senza perdere il senso delle misure e delle proporzioni umane, l'arte di far le cose grandi col senso della piccolezza dell'uomo, e le piccole e umili col senso della grandezza umana» che occorre recuperare al più presto alla disciplina per darle modo di esprimere ancora «quella meravigliosa armonia che regge i rapporti fra le cose grandi e le cose piccole, fra le cose terrene e le divine».
Notazione, quest'ultima, che sembra suggerire una peculiare area semantica (e geografica) in grado di conciliare fronti spesso ritenuti, a torto, opposti. Come, ad esempio la «distinzione» (l'essere «centro») e la «partecipazione» (condividere un orizzonte «comune»). Proprio in quanto la distinzione non si declina né con la solitudine né col distacco da un
humus condiviso, quanto piuttosto con l'appartenenza ad un contesto valoriale più ampio e convissuto.
Peculiare area semantica la cui emersione e adozione può essere addebitata a capacità ed attenzioni consapevolmente «toscane», visto che le matrici di questo talento a reperire nuovi sensi nel
traditum si possono far risalire a quell’«empirismo guicciadiniano» in cui Alberto Asor Rosa ha voluto cogliere le radici del «problematicismo esistenziale e conoscitivo». Ovvero quell’«atteggiamento mentale, posizione percettiva che si fa taglio interpretativo, ermeneutica» che ha come vettore primario la «discrezione» (la «scettica e disincantata capacità di osservare la mutevolezza delle situazioni e di adattarsi a esse») e, come «naturale» approdo, il «particulare» – da intendersi a sua volta «non come volgare ricerca di beni economici, ma come realizzazione piena della propria personalità».
In proposito, Curzio Malaparte nota come quel che salvava anche la povera gente di questo territorio fosse «sopra tutto quel senso casalingo della storia, per il quale il “particulare”» si sentiva «al riparo da ogni universale rivolgimento, da ogni pericolo di natura pubblica, come d’ordinario si sente chi sta in casa propria. La Toscana (...) era l’unico paese al mondo che fosse una “casa”», al punto che gli stessi invasori venivano «guardati dal “particulare” toscano quali miserabili senza tetto». Poco più avanti, senza stabilire un nesso diretto fra tale «domesticità» e il tratto umanistico dell’«agire» toscano, Malaparte invita chiunque desideri «persuadersi di questa greca virtù dei toscani (...) e cioè del senso della misura» a guardarsi «la pittura senese e fiorentina, dove le architetture son così fatte, che un uomo a cavallo empie tutta la contrada, e sopravanza del capo il tetto più alto, e le montagne son più piccole degli alberi, e gli uomini sembrano bambini a petto delle viti, degli olivi, delle ginestre, e di quell’uccellino che canta lassù, fra i rami di quel cipresso: che non è per difetto di prospettiva, ma per antipatia di ogni magniloquenza». Perché, prosegue Malaparte, «l’uomo, se lo guardi da vicino, (che è il modo di guardare dei toscani), è un animale piccolo, e ha bisogno di vivere, per sentirsi uomo, in mezzo a cose fatte a misura sua».


Hanno un modo d'inginocchiarsi, che è piuttosto uno stare in piedi con le gambe piegate

(...)

È certo una vita difficile, quella dei Santi in Umbria, tanto difficile quanto è facile quella dei Santi in Toscana. Perché da noi i Santi, in fatto di miracoli, si guardano bene dall'esagerare, per non aver noie: hanno cura di farli che paian veri, che tutti possano fare, o credano di poter fare, che paian miracoli di tutti i giorni. Se un Santo si mettesse in Toscana a far di quei miracoli che paion falsi, tanto son pallottolosi, arzigogolati, e riccioluti, e che hanno l'aria che soltanto lui li sappia fare, puoi star sicuro che non la passerebbe liscia. Ai toscani non garba chi fa il difficile, e il ficoso, (che vien da "fare i fichi", far mille smorfie e sguerguenze), e così è che i miracoli da noi son cose di ordinaria amministrazione, lavori fatti a mano, tanto che nessuno se ne accorge. È come fare il bucato per una donna di casa, o fare il pane, o mettere i ceci a rinvenire.

Quelli di cui tutti si accorgono, non li fanno i Santi, che non li san fare, ma certi omini che si chiaman Giotto, Arnolfo, Masaccio, Donatello; Brunelleschi, Michelangelo. A resuscitare un morto, a far camminare un paralitico, a ridar la vista a un cieco, tutti son buoni, dopo che Cristo ci ha insegnato come si fa, (e nel nome di Cristo che cosa mai non sapremmo fare?). Ed egualmente, ad agguantare a mezz'aria un muratore che cade da un palco. Basta avere la mano lesta. Ma a tirar su la cupola di Santa Maria del Fiore col solo aiuto di un filo a piombo e di una cazzuola, non tutti son buoni. Più che miracoli da Santi, son miracoli da uomini, voglio dir da toscani.

Benché poi ci sian molte cose miracolose che né gli uomini da soli, né i Santi da soli, sarebbero capaci di fare, se non si dessero mano gli uni con gli altri: e queste cose son la gentilezza, la semplicità, quasi direi la verginità, del paese toscano, opera più degli uomini e dei Santi, che della natura. Quel cipressino lassù, dove ci sta così bene, ce lo ha messo San Zanobi, aiutato dal fattore del Rucellai, quel pagliaio su quel poggio ce l'ha messo Santa Reparata, con l'aiuto di Agenore, il figliolo del contadino del Da Filicaia, quel muro rosso con quelle macchie di verderame, e quella pergola d'uva salamanna, ce li ha messi San Zenone o Sant'Jacopino, e gli han dato una mano i nipoti del Nieri, il capoccia che è sul podere dell'Antinori, vicino a Filèttole. Ma quelle viole lassù, in vetta alle torri di San Gimignano, ce le ha messe Santa Fina, e non l'hanno aiutata gli uomini,, ma i piccioni: ed è un miracolo che solamente una bambina come Santa Fina poteva fare. Non ne sarebbe stato capace nemmeno Benozzo Gozzoli col suo pennello, tanto è vero che in cima alle torri di San Gimignano dipinte da quel gran pittore, quelle viole non ci sono.

E così viene il sospetto che tutto quel che pare miracolo di leggiadria e di purezza, in Toscana, l'abbian fatto i toscani, uomini e Santi, non la natura: l'Arno in fondo alle Cascine, la collina di Fiesole, il poggio di Bellosguardo, e quelli di Artimino, di Poggio a Caiano, di Montepulciano, e la Valdinievole, e il disegno giottesco dei colli di Montevarchi e di Certaldo, e la prima curva della strada che va in Mugello, appena fuori di Calenzano, e le crete dell'Orda Morta, e la spalla selvosa dell'Andata e del Cetona.
Anche dove la natura sembra aver fatto le cose da sé, senza l'aiuto dei toscani, ci vedi la mano di Giotto, di Leonardo, di Filippo Lippi, di Sandro Botticelli, di Piero della Francesca: ma le nuvole, i ruscelli, i fiumi, tutto quel che scorre, che passa, che riflette il ciclo, perfino quel colore d'argento che sulle pietre e sulle foglie degli alberi lascia il vento passando, son di mano di qualche Santo. Le "balze" di Volterra son certamente di Masaccio, il poggio del Fossombrone, a Prato, è certo di Filippino, ch'era pratese, e i colli di Torrita e di Sinalunga nessuno mi toglie di mente che li abbia fatti lievitare San Bernardino, parlando a Montepulciano, a San Giovanni d'Asso, a Sarteano, col lievito delle sue lievi paroline, galleggianti sugli olivi come bolle d'aria.

Di Santi, per fortuna, ce n'è pochi in Toscana, e grazie a Dio son della stessa pasta del pane casareccio, che è senza sale, un po' sciocco, ma di grano puro. E non han bisogno di far miracoli strepitosi, o barocchi, per guadagnarsi il Paradiso: che è lì, accanto all'uscio di casa, e ci si va come si va da una stanza all'altra. (Si apre una porticina, e s'entra). Basta che sappiano far le cose a modo: come sarebbe condire un piatto di fagioli o un'insalata verde, spogliare un carciofo d'Empoli, dosare il pinzimonio, toglier l'olio a un fiasco, affettare il prosciutto.

Poiché anche le cose più semplici, più umili, più ordinarie, hanno in Toscana una certa loro virtù, che le fa appunto miracolose: quel che altrove chiamano miracolo non essendo altro, da noi, che la virtù di far le cose a modo, a miccino, senza perdere il senso delle misure e delle proporzioni umane, l'arte di far le cose grandi col senso della piccolezza dell'uomo, e le piccole e umili col senso della grandezza umana: vale a dire col sentimento di quella meravigliosa armonia che regge i rapporti fra le cose grandi e le cose piccole, fra le cose terrene e le divine.

Sarà forse che i toscani non sono come i bovi, che vedono tutto in grande: ma è certo che non pèrdono mai di vista la misura del mondo, e i rapporti, palesi e segreti, fra gli uomini e la natura.

Guardate come fanno le cose a statura d'uomo, anche le più grandi, come costruiscono le case, i palazzi, le torri, le chiese, le piazze e le strade, con le porte strette, alte quel tanto da poterci passare senza abbassar la fronte, e le finestre da potercisi appena affacciare, non sporgere con tutta la persona, e le strade in rapporto con l'altezza delle case, e le chiese perché la gente c'entri a testa bassa e ci si vada a inginocchiare, non a recitare, a cantare, a sbracciarsi e a sgolarsi come in un teatro. E guardate come non smarriscono mai l'intelligenza delle proporzioni umane, nemmeno quando alzano in cielo la cupola di Santa Maria del Fiore.

Chi voglia persuadersi di questa greca virtù dei toscani, la più greca delle loro virtù, e cioè del senso della misura, guardi la pittura senese e fiorentina, dove le architetture son così fatte, che un uomo a cavallo empie tutta la contrada, e sopravanza del capo il tetto più alto, e le montagne son più piccole degli alberi, e gli uomini sembrano bambini a petto delle viti, degli olivi, delle ginestre, e di quell'uccellino che canta lassù, fra i rami di quel cipresso: che non. è per difetto di prospettiva, ma per antipatia di ogni magniloquenza.

E se i palazzi e le torri ti suggeriscono a prima vista l'idea che i toscani siano un popolo di giganti, quando poi guardi le case dove quel popolo vive, mangia, dorme, che son case piccolissime, ti meravigli che gli stessi uomini, i quali han costruito Santa Maria del Fiore, il Bargello, il Palazzo della Signoria, la Torre di Arnolfo, la Torre del Mangia, Palazzo Strozzi, Palazzo Pitti, San Lorenzo, Santa Maria Novella, possano abitare in così piccole case: con quelle porticine, quelle finestrine, ma il tutto disegnato con tale armonia, con tal preciso senso della statura, o per meglio dire, della natura umana, che una volta dentro, benché alzando una mano tu giunga a toccare il soffitto, ti paion più grandi di Palazzo Pitti. E non perché i toscani siano bassi di statura, una specie di nani, (sono anzi, con quelli del Friuli, gli uomini più alti d'Italia), ma perché l'uomo, se lo guardi da vicino, (che è il modo di guardare dei toscani), è un animale piccolo, e ha bisogno di vivere, per sentirsi uomo, in mezzo a cose fatte a misura sua.
E questo vale non soltanto per l'architettura, ma per tutta l'arte toscana, a cominciar dalla letteratura: che è fatta come quelle case di cui dicevo dianzi, che di fuori sembran casette per bambini, ma dentro ci si vive larghi, e ad esaminarne l'ossatura, le proporzioni interne, ti accorgi che è una letteratura fatta senza spreco, ma con una così attenta e minuziosa cura, con un tal senso delle proporzioni, che anche i particolari minimi ti appaiono grandiosi, e la voltina più umile un arco di trionfo. Per rendersene conto, basta mescolarsi al popolo minuto di Franco Sacchetti o ai gentili uomini (accidenti a quel "gentili"!) di Dino Compagni, passeggiar nelle strade in compagnia di quei loro arguti e maneschi fiorentini, e pisani e senesi e aretini e lucchesi, per non parlar di quelli di Prato e di Pistoia, d'Empoli e di San Miniato, di Fucecchio e di Pontedera, entrar nelle case, seder nelle osterie, andare a una fiera o a un mercato, bussare a un convento di frati, fermarsi a una cantonata per vedere una bella sommossa o qualche bell'ammazzamento, seguire una processione o un funerale.
(O il Boccaccio? mi dirà qualcuno. Ma i toscani del Boccaccio, sotto le ricche vesti di mercanti e di prelati, sono anch'essi gente del popolo, sebbene rifatta, e nel loro pomposo linguaggio alla latina, con quelle lunghe frasi a coda di Cicerone, senti la parlata popolana di Calimala e di San Frediano. E poi, in fin dei conti, tanto peggio per il Boccaccio, ch'era mezzo francese per nascita, ed era vissuto lungo tempo nella Corte angioina di Napoli, se nel fatto d'esser toscano si lascia mangiar la pappa in capo dal Sacchetti, ch'era un toscano vero, di quelli magri; e tanto peggio per Francesco De Sanctis, poveretto, che scambia il "buon Sacchetti ", come lo chiama lui, per un famulo del Boccaccio, e giudica le Novelle "un materiale grezzo, appena digrossato, con tanta magnificenza organizzato nel Decamerone", e vorrebbe far credere che il Boccaccio, con tutta quella pappagorgia, sia scrittore più vivo del magro Sacchetti. Che son cose da dirsi ad Avelline, non in Toscana).

O basta entrare nella Comedia per quella porticina stretta e bassa dalla quale è entrato Dante, e mettersi a percorrere e a misurare l'Inferno di girone in girone: dove il grandioso è minuto, e il sublime è casalingo, e tutti, dannati e diavoli, serbano proporzioni umane, che son poi le vere proporzioni dell'Inferno. Si pensi un po' a quel che sarebbe l'Inferno della Comedia se l'avesse architettato non un toscano, ma un napoletano, o un romano, o un lombardo. Si pensi a un Inferno del Cavalier Marino, del Bernini, del Borromini: a un Inferno di stile barocco!
Che volte, che archi, che colonne, e che ceffi, che cosce, che braccia, che mani, che bocche! E gli urlacci, le spinte, le sentenze, i pianti, i gesti, gli atteggiamenti, le pose. E le clàmidi, le toghe, le corazze, le muscolature, le code. E le bestemmie! Tutto più grande del vero, tutto a misura di giganti superbissimi, non di poveri peccatori. Si pensi al rumore, allo strepito, al frastuono, al chiasso, al clamore. Si pensi a quel che sarebbe diventata, in bocca a un diavolo che non fosse toscano, (e veramente non dovrei dir bocca), la trombetta del buon diavolo dantesco. Un ruggito, un tuono, una libecciata, altro che trombetta.

E qui mi fermo all'Inferno. Voglio dire che tralascio di salire al Purgatorio e al Paradiso, perché a far le scale mi viene l'affanno. Ma tutto Dante è lì, in quel suo to-scanissimo senso della misura, che soltanto i greci hanno avuto prima dei toscani, e dopo i toscani i francesi. È tutto lì, in quella sua virtù di vedere in piccolo le cose più grandi, (di far del Paradiso un angolo di Toscana), di ridurle alla misura dell'uomo, non già col potarne i rami fronzuti, ma col farle vivere in una prospettiva umana, in quella particolare prospettiva dei toscani, in grazia della quale non sai se sìa più grande il "mio bel San Giovanni" o San Pietro, la chiesetta della Spina, a Pisa, o il Duomo di Milano, il ponte di Santa Trinità o il ponte di Brooklyn, la Torre del Mangia o la Tour Eiffel, la Loggia del Bigallo o Notre Dame di Parigi. In quella prospettiva, una novelletta di Franco Sacchetti sembra smisurata, in confronto con un romanzo di Vittorugo, e la stessa semplicità del Manzoni sembra quella del Cavalier Marino, in confronto con la semplicità del Firenzuola.

E ci voleva proprio Michelangelo, non quello fiorentino ma quello romano, con la sua mania di grandezza, con quel suo senso, tutto cattolico, del rotondo e dello sproporzionato, a tradir la Toscana col far le cose non a misura dell'uomo, ma a misura di Dio. Sommo artista, e toscano, quando parlava fiorentino, non quando parlava romano. Quando parlava greco, non latino. Quando scolpiva uomini che entrassero dalle porte, non dai portoni. Quando faceva i tetti, non le cupole. Quando dipingeva Cristo con le braccia e le gambe da uomo, non con le cosce da bove. Quando scolpiva il Giorno e la Notte, non quando dipingeva i comizi della Sistina.
Grande sempre quanto ti pare, ma specialmente quando era grande al modo dei toscani, che è un modo discreto e sereno. E a chi mi dice Michelangelo io rispondo Donatelle. Che è come rispondere Cino da Pistola a chi ti dice D'Annunzio, o come opporre un solo verso di Lapo Gianni a tutte le enfatiche descrizioni delle notti fiorentine, di cui è piena fino al soffitto la letteratura italiana e straniera:

le mura di Firenze inargentate.


E a un tratto, in cima alla Comedia, in vetta a quel Paradiso che sembra un angolo di Toscana, (con quei cipressi, quei filari di viti, quel variar degli olivi sui poggi, quei Santi che vanno al rio come i fraticelli in Galceti, e quella luce che non si sa di dove piova, tra verde azzurro e argento, percorsa da sottili vene d'oro, quella musica celeste che altra cosa non è se non il canto delle cicale nell'eterna estate del Paradiso), tu avverti la presenza nascosta di qualcuno che ti sta osservando di dietro un pagliaio, una siepe, un cipresso. Non ci badare: è soltanto il fattore, voglio dire il Fattore. Passa senza voltarti, facendo finta di niente. I toscani han l'abitudine di non salutare mai per primi nessuno, nemmeno in Paradiso. E questo, anche Dio lo sa. Vedrai che ti saluterà lui, per primo.


* Il testo qui riportato è tratto dal volume di Curzio Malaparte, Maledetti toscani edito per la prima volta da Vallecchi a Firenze nel 1956.








 
     

 
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