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  26/04/2012
Lo stupore inventivo
 Paolo Ulian | Gloria Refini*






Uscita sulla rivista IdeaMagazine.net nel 2000 e ripubblicata nel 2011 all'interno del volume antologico edito da Franco Angeli, questo dialogo con Paolo Ulian ebbe il merito di proporre in rete un autore non ancora quarantenne in grado di delineare orizzonti e «strategie» progettuali per molti versi inedite e precorritrici di tematiche divenute ben presto le bandiere di tanti nuovi e nuovissimi designer che uscivano allora dalle scuole di progettazione. Sintesi e densità fanno di questo testo l'ideale «promemoria» di una cultura del progetto fin de siècle che già molto opportunamente non rivolgeva lo sguardo alle prassi correnti bensì lanciava ponti e indirizzava la propria curiosità e attenzione verso prospettive operative e progettuali meno riconosciute dal mercato quando non addirittura «povere», ma ritenute assai più sostenibili ed eticamente praticabili in questo millennio. Prospettive, tra l'altro, nemmeno in contraddizione (anche se forse più «sinceramente» condivise) con quelle del coevo nuovo razionalismo che, come ha notato Vanni Pasca in un altro contributo qui raccolto, intendeva tradurre «la complessità (formale, ecologica, relativa all’uso di nuovi materiali, al diffondersi di comportamenti abitativi nuovi) in una inclusiva semplicità: "la semplicità come complessità risolta", secondo la frase di Brancusi».

Gloria Refini: I tuoi primi lavori appartengono alla categoria del ready–made. Come sei arrivato a percorrere questa strada?

Paolo Ulian: All’inizio è stata quasi una necessità. Credo che molti dei giovani designer che come me hanno iniziato a lavorare nei primi anni ‘90 si siano trovati di fronte al problema del cosa fare in un mondo già saturo di merce d’ogni tipo. La reazione immediata, ma anche la risposta più logica, sembrerebbe essere quella di non fare assolutamente nulla, di rimanere immobili per non dare ulteriori contributi alla frenesia della produzione industriale. Un modo possibile per evitare questa impasse è diventato per me quello di pensare a oggetti che potevano suggerire atteggiamenti rispettosi verso l’ambiente.
Così nel 1992 ho iniziato con un’operazione che tendeva a sensibilizzare l’industria del settore lapideo al riutilizzo dell’enorme quantità di semilavorati di scarto che quotidianamente viene prodotta. L’anno successivo, chiamato da Ceccotti International, ho realizzato una piccola collezione di complementi per la casa sfruttando unicamente gli scultorei semilavorati di scarto prodotti all’interno dell’azienda. Lo scopo era quello di indicare una strada percorribile anche per altre aziende. L’operazione, che non ebbe sbocchi produttivi, doveva tradursi in una sorta di «catalogo al negativo» – o, se vogliamo, al positivo – rispetto a quello ufficiale dell’azienda, dove ad ogni oggetto del primo corrispondeva biunivocamente un mobile del secondo e viceversa.
Negli anni successivi ho ideato numerosi prodotti, realizzati con rifiuti o con oggetti sottratti alla normale produzione, nei quali ho cercato di fondere esigenze etico–ecologiche con la ricerca di risultati qualificanti.

Gloria Refini: Dal riuso di vecchi oggetti per nuove funzioni alla collaborazione con le aziende: un passaggio difficile. Qual è stata la tua esperienza in merito?

Paolo Ulian: Il percorso dal design di ricerca a quello della produzione è stato molto duro. Quando si è giovani designer e non si ha nessun potere contrattuale, molte aziende tendono ad approfittare di questa condizione magari producendoti qualche oggetto ma, di fatto, senza il minimo rispetto per il tuo lavoro e quasi sempre senza pagarti. Nel mio caso poi, devo riconoscere che la difficoltà nel trovare le aziende giuste è legata sicuramente anche alla scelta di vivere lontano da Milano e, in parte, anche alla mia scarsa attitudine ad autopropormi. Non sono mai partito per recarmi alle aziende munito di book, ho sempre preferito dare visibilità alle mie proposte solo attraverso le mostre e le pubblicazioni che ne derivavano. Sono stati poi gli imprenditori che sono venuti a cercarmi, e questo per me è motivo di vera soddisfazione.
Fin dagli inizi, comunque – da quando partecipavo a mostre come quelle organizzate dallo Spazio Opos a Milano o a concorsi – ho sempre ritenuto indispensabile progettare prevedendo una eventuale produzione, anche se si trattava di oggetti di ricerca che utilizzavano scarti come le bottiglie di plastica o i barattoli per conserve.
Inoltre, per i miei oggetti, ho sempre cercato una piccola invenzione; non riesco a progettare un prodotto che sia solo elegante formalmente, sento il bisogno di raccontare qualcosa di più. È anche per questi motivi che nel corso degli ultimi cinque anni, ho fortunatamente trovato sulla mia strada alcune persone disposte ad ascoltarmi e a investire il proprio denaro per produrre e distribuire i miei oggetti.

Gloria Refini: Come risolvi il problema della distribuzione?

Paolo Ulian: Fino ad oggi non ho mai autoprodotto i miei oggetti, ho sempre e solo realizzato dei prototipi con la speranza che qualche azienda li producesse.
Quest’anno, partecipando al Salone Satellite, sono stato tentato di iniziare una piccola produzione spinto dall’interesse dimostratomi da molti distributori italiani e stranieri. In questo senso, quindi, potrei essere facilitato o almeno potrei sapere con più facilità a chi rivolgermi.

Gloria Refini: La motivazione ecologica è un plusvalore per i tuoi prodotti?

Paolo Ulian: La valenza ecologica riveste un ruolo molto importante nel mio modo di progettare, sia in termini effettivi di smaltimento dei materiali usati, sia come utopia per un’educazione più responsabile del consumatore. Ciò nonostante sono convinto che la motivazione ecologica rappresenti solo uno dei numerosi fattori che possono contribuire a creare un plusvalore globale.
Così nel mio lavoro cerco sempre di vincolare il progetto anche ad altre componenti per me fondamentali quali l’invenzione e la poesia. Nel design apprezzo tutto ciò che è ricerca, sperimentazione, innovazione. È anche attraverso questi percorsi che il progetto deve necessariamente passare per trasformarsi in messaggio positivo e stimolante.

Gloria Refini: Come ti immagini fra qualche anno? Quale pensi sarà l’evoluzione del tuo lavoro?

Paolo Ulian: Stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica che, giorno dopo giorno, trasforma visibilmente i gesti e gli atteggiamenti della nostra vita quotidiana. Contemporaneamente assistiamo ad un sempre più veloce depauperamento delle risorse della terra. Tutto ciò mi porta a pensare con sempre più convinzione che per fare il mestiere di designer sia necessario assumersi pesanti responsabilità di ordine economico, sociale e, oggi più che mai, quelle legate alla conservazione ambientale.
Dovremmo rimboccarci le maniche: non c’è più bisogno di nuovi tavoli o di nuove sedie dal bel disegno. Oggi, e probabilmente ancora di più domani, sarebbe giusto che noi designer concentrassimo tutte le energie nel cercare di inventare nuove tipologie di oggetti che diano risposte adeguate ai nuovi modi di vivere; dovremmo saper interpretare con sempre più prontezza quelli che saranno i nuovi bisogni del domani.
Per quanto mi riguarda, la mia speranza per il futuro è solo quella di poter continuare a fare questo mestiere con dignità e una certa autonomia.

* Il testo riproduce quanto pubblicato nel volume Interviste sul progetto. Dieci anni di incontri col design su IdeaMagazine.net edito da Franco Angeli – Milano nell'aprile 2011.



Gloria Refini. (Arezzo 1964) Architetto, si è laureata con una tesi di semiotica del teatro. E’ stata capo-redattrice della rivista IdeaMagazine.net per cui ha scritto contributi di carattere teorico-critico. Attualmente svolge la professione nel campo dell’architettura, degli interni e dell’exhibit design. Tra i suoi lavori si segnalano il progetto Sinfonet di identità degli uffici di informazione turistica della provincia di Siena e l’allestimento della mostra The shape of values. Ten designers interpret the tuscan house, New York (2005), Mosca (2006), Canton (2006), Firenze (2006).



Paolo UlianPaolo Ulian. (Massa-Carrara 1961) Il design che prima non c’era, questa potrebbe essere la postilla per le piccole invenzioni che Ulian ci ha regalato in oltre vent’anni di attività. Profondo, impegnato, semplice e cogente come il design del primo dopoguerra, il lavoro di Ulian è innanzitutto una meditazione sul ruolo della professione designer, da intendersi come indagatore sociale, ecologista, antropologo, ma, soprattutto, come «creatore di senso». In ogni suo progetto – dal paravento Onda, alle ciabattine Print, dal doppio coltello Pane e Salame, al tavolo-panca Cabriolet – si coglie l’emergere di uno spazio di progetto inusitato. Di lui, sovente invischiato nell’ibridazione in cui spesso si cela il nuovo, sta (purtroppo lentamente) accorgendosi anche il grande pubblico, l’imprenditoria più attenta – L’Abbate, Attese Edizioni, Azzurra Ceramiche, Ceccotti, Coop Italia, Driade, Droog Design, FontanaArte, Henraux, Luminara, Officinanove, Opposite, Segis, Sensi&C., Up Group, Zani&Zani – e l’editoria con il volume SaleFino in cui si trova un compendio testuale e figurativo della sua capacità di «inseguire con dedizione da missionario l’utopia della qualità poetica per tutti». Tra i progetti più recenti si segnalano: I Cardboard Vase, il tavolo da esterni Pin, la ciotola Una seconda vita, la panca estensibile Row, il lavabo Tandem e il Vaso Vago, certamente il miglior progetto coinvolto nell’evento espositivo Cambiovaso selezionato per l’ADI Design Index 2009. Sempre nel 2009, Paolo Ulian 1990-2009 è la sua prima mostra monografica presso la Fabbrica del Vapore a Milano (con ottimo ed esaustivo catalogo di Beppe Finessi), cui, nel 2010, segue la mostra a cura di Enzo Mari Tra gioco e discarica negli spazi del Triennale Design Museum. Nello stesso anno è l’unico designer chiamato a rappresentare il continente europeo con una installazione presso il Salone Satellite. Tra i premi si segnalano: 1990 Design for Europe – Belgio; 2000 Design Report Award e ADI Design Index; 2002 ADI Design Index (tre prodotti); 2009 ADI Design Index, IF Product Design Award e DesignPlus; 2010 ADI Design Index; 2011 Premio Social Design, due Menzioni d'Onore al XXII Compasso d'Oro e – coinvolto com'è nel progetto collettivo Domo - XIX Biennale dell'Artigianato sardo – è fra gli autori che contribuiscono all'assegnazione del primo storico Compasso d'Oro alla regione Sardegna. (www.paoloulian.it).




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Umberto Rovelli (a cura di), Interviste sul progetto. Dieci anni di incontri col design su IdeaMagazine.net, 2011, Franco Angeli - Milano | Da questo testo antologico è stata estratta la versione del dialogo con Paolo Ulian di Gloria Refini qui riproposto Paolo Ulian / Pinocchio - paravento in cartone ondulato / 1990 / Edizione limitata   | 1° Premio Design for Europe Award - Kortrijk Paolo Ulian / Portafrutta / 1992 / Edizione limitata / HENRAUX MARMI Paolo Ulian / Portafrutta / 1992 / Edizione limitata / HENRAUX MARMI

Paolo Ulian / Parabolica - lampada / 1992 / Edizione limitata / HENRAUX MARMI Paolo Ulian / Parabolica - lampada / 1992 / Edizione limitata / HENRAUX MARMI Paolo Ulian / Dune - appendiabiti da parete / 1995 / Prototype | 1998 / OPPOSITE Paolo Ulian / Flex - appendiabiti da parete / 1995 / per OPOS

Paolo Ulian / Accadueò (H2O) - paravento / 1996 / Prototype Paolo Ulian / Infinito - mensola | fermafogli / 1996 / Prototype / CECCOTTI Semilavorati lignei di scarto utilizzati per i modelli di Paolo Ulian / 1996 / CECCOTTI Paolo Ulian / Bartolo - lampada da tavolo / 1998 / OPPOSITE LIGHT | 2000 / INDARTE

Paolo Ulian / Pane e Salame - coltello da cucina / 1999 / ZANI and ZANI Paolo Ulian / Pane e Salame - coltello da cucina / 1999 / ZANI and ZANI Paolo Ulian / Rotella tagliapizza / 2000 / ZANI and ZANI Paolo Ulian / Portauovo / 2000 / Autoproduzione | 2011 Edizione Basile Arteco

Paolo Ulian / Centrofrutta / 2000 / SECCOSE Paolo Ulian / Cabriolet - tavolino | panca / 2001 / FONTANAARTE  | 1° Premio Design Report - Milano 2000


 
     

 
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