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  01/04/2012
Oggetti-amici, compagni di strada
 Giampiero Bosoni*






Col fluente garbo, la consueta competenza da «erudito della tecnica e del gusto» e la forte propensione alla sintesi evidenziate anche, di recente, sulle pagine di "Domus" nelle sue «Block Notes» dedicate a sette piccole e medie industrie di terza e quarta generazione, Giampiero Bosoni ripercorre qui l'opera dello storico gruppo di architetti-designer De Pas, D'Urbino, Lomazzi, dando prova di «datato» acume e una non comune pertinenza critica. Il testo fa parte dell'ottimo e documentatissimo volume dedicato al gruppo DDL, curato da Santino Limonta, ed edito da RDE Ricerche Design Editrice, che, nella persona di Cesare Secondi, doverosamente ringraziamo per l'opportunità concessa di proporre questo stralcio in occasione della III Lezione di design tenuta dallo stesso Bosoni insieme a Giovanna Castiglioni il 3 aprile 2012, presso il Caffé delle Murate a Firenze alle 18.30.

Trent’anni fa, ancor giovanissimo (sic!), ebbi la fortuna di scrivere, in qualità di curatore della sezione “1945-1980” del libro di Vittorio Gregotti Disegno del prodotto industriale – Italia 1860-1980, le numerose schede di approfondimento relative al periodo più recente di quella affascinante storia. Fra queste una delle ultime, in ordine temporale, era il breve testo Monumentalizzazione e distruzione dell’oggetto. Quel titolo, di cui ero molto orgoglioso, giocato su un ossimoro ad effetto, era forse il mio contributo più autonomo rispetto al taglio critico dettato soprattutto dall’autorevole pensiero teorico di Gregotti. In quella scheda veniva, per così dire, riassunto tutto ciò che il design radicale e altre forme di critica al design istituzionale avevano espresso in Italia tra la metà degli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta. Fu in quell’occasione che mi trovai per la prima volta a riflettere sul lavoro dello studio De Pas, D’Urbino, Lomazzi. Tra le poche immagini selezionate per accompagnare quella scheda scelsi di pubblicare la poltrona Joe (un gigantesco guantone da baseball), che insieme alla quasi contemporanea poltrona gonfiabile Blow, (entrambe prodotte da imprenditori visionari e autentici progettisti primi come Sergio Cammilli e Aurelio Zanotta) hanno rappresentato forse le più interessanti e risolte proposizioni di quei temi di monumentalizzazione e distruzione dell’oggetto che un certo design di protesta in quegli anni cercava di far emergere in termini problematici.

Mi ricordo che rimasi subito sorpreso del fatto che se da una parte i loro progetti mi apparivano tra i più graffianti, freschi, vivaci e coerenti rispetto alle tendenze innovative di quegli anni, dall’altra non potevo non notare che questo gruppo di architetti-designer non erano tra i protagonisti, e neanche tra gli epigoni, di quell’area teorico-progettuale definita Radical design, le cui proposte estetico-culturali si proponevano di emblematizzare con più forza il citato ossimoro. D’altra parte il loro modo di monumentalizzare alcuni oggetti come nel caso della poltrona Joe, avveniva attraverso un ironico gioco pop di fuori scala, mentre il tema della distruzione si poteva leggere nella dissolvenza trasparente della poltrona gonfiabile Blow, oppure nella apparentemente incerta figura astratta dell’attaccapanni Sciangai, che si richiude scomparendo nella forma assoluto di una trave in legno a sezione circolare. Evidentemente si trattava di modi spiazzanti e curiosi, per non dire amichevoli, per mettere in evidenza il bisogno del superamento dei vecchi modelli tipologici e di rappresentazione degli oggetti domestici. Ad ogni modo l’autonomia di questi autori mi ricordava un po’ quelle che avevo iniziato ad ammirare nel rivoluzionario scooter Vespa (1946) rispetto al mondo tradizionale dei mezzi di trasporto, oppure nello spiazzante, allegro e disinvolto sgabello Mezzadro (1957), o in altri pezzi dei fratelli Castiglioni, rispetto al mondo del design più ufficiale e togato della tradizione architettonica del moderno. Sicuramente, al di là di tutte le teorie e le posizioni ideologiche, questa strada alternativa e ribelle praticata con il progetto concreto e fattivo deve essere stato il punto di riferimento dei giovani De Pas, D’Urbino e Lomazzi, se teniamo conto che la loro prima esperienza di designer inizia proprio con un progetto di elementi d’arredo pratici, quasi autocostruiti, proposti come modelli «provocatorii» per un concorso (1966) di cui non condividono gli assunti teorici, tanto da accompagnare questa partecipazione polemica con una sorta di pamphlet intitolato «manifesto per l’abitare». De Pas, D’Urbino e Lomazzi sono in quegli anni caldi ben consapevoli degli umori e degli spiriti che aleggiano nell’aria, ma il loro è in quel momento, e lo rimarrà sempre, innanzitutto un percorso progettuale interessato a confrontarsi concretamente con l’industria e il mercato, non per sfuggire all’impegno politico e culturale, ma piuttosto per affermarlo fattivamente, nel senso che per loro le idee nuove dovevano diventare subito cose pratiche, utili e piacevoli per tutti.

Nel 1988 per il libro Paesaggio del design italiano 1972-1988 invitai gli amici DDL a scrivere un loro pensiero sullo stato dell’arte della loro ricerca rispetto al periodo trattato dal quel libro. Per inciso il volume in questione intendeva rivedere, approfondire e quasi completare, rispetto a quanto scritto nel libro con Gregotti, una lettura sul periodo degli anni Settanta e dei successivi e complessi anni Ottanta. Rileggendo quel loro bel testo, chiaro e antiretorico, ritrovo tutti i punti per cui ho sempre guardato con un particolare interesse e con una certa affinità di pensiero il lavoro del gruppo De Pas, D’Urbino e Lomazzi. Impegno, idee e ricerca sono posti al centro, ma soprattutto si vede, nella miglior scuola da Munari a Eames e ai Castiglioni, tanta voglia di fare divertendosi, confrontandosi, provocando reazioni positive, sempre cercando il piacere, quasi il godimento, di «usare» (nel senso ampio del termine) le cose in mezzo a cui viviamo. Un’altra strada rispetto ai lavori, a volte sublimi, di un certo «design punitivo» o di certe forme istrioniche e sorprendenti di altri modi del design italiano «ideologico-culturalmente-impegnato».

Nel loro «testo-pensiero», firmato nel 1988 da Jonathan De Pas (il riconosciuto portavoce del gruppo prima della sua prematura scomparsa), troviamo in sequenza i seguenti temi, che possono essere letti come i punti cardinali intorno ai quali si è costruita e saldata la loro esperienza progettuale, e per molti versi anche di vita: il lavoro di gruppo come un dibattito che accompagna l’idea proposta da ciascuno, in genere poi sviluppata singolarmente; le idee che nascono dall’esperienza quotidiana e di lavoro; gli oggetti d’uso, con cui si ha un rapporto vivo, giudicati con gli stessi aggettivi che si usano per gli umani; il punto di partenza comune è un’idea di abitare smitizzata e fresca; sintonia con i movimenti di rinnovamento e in particolare il Pop; dall’eredità del movimento Moderno si dà per acquisita l’attenzione ai fatti funzionali; l’interesse per il quotidiano nei suoi aspetti di costume, di espressione e di comunicazione; nel progetto interessa l’idea e si lavora perché rimanga ben leggibile nell’oggetto finito; il design come un lavoro di regia tra fatti sociali, ricerche formali e industria; riconoscibilità del progetto non per cifra stilistica ma per il metodo e il processo; arrivati al design partendo dall’architettura, una formazione alla base del successo del design italiano; l’esperienza del design da reintegrarsi all’architettura con qualcosa di più che l’attenzione ai particolari e all’industrializzazione; il travaso di metodi e di esperienze tra i temi di maggior interesse per il prossimo futuro.

Tutti questi temi e in particolare l’ultimo, che anticipa uno dei ruoli oggi più interessanti del design contemporaneo, sono sempre rimasti nelle corde di questo gruppo. Per questo, anche dopo la scomparsa della personalità energica e impegnata di Jonathan De Pas, figura di riferimento del dibattito del design negli anni Settanta e Ottanta, il gruppo di amici Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi ha continuato a creare oggetti «simpatici e intelligenti» nello spirito sempre vivo di un’idea smitizzata e fresca dell’abitare: oggetti amichevoli come l’essere umano che vorremo sempre incontrare sulla nostra strada, col quale vale la pena di condividere un po' di strada insieme.

* Il testo qui riportato è un estratto del volume, a cura di Santino Limonta, Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi. Studio di Architettura e Industrial Design, pubblicato da RDE Ricerche Design Editrice, Milano 2012.




Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo LomazziJonathan De Pas (1932-1991),
Donato D’Urbino (1935) e
Paolo Lomazzi. (1936) Fondano il loro Studio nel 1966, dopo precedenti esperienze professionali, sia individuali, che in associazione con altri architetti.I loro interessi spaziano dal campo del design industriale, dell’arredamento e dell’allestimento, a quello dell’urbanistica e dell’architettura. Si affermano negli anni ’60 come esponenti del design anticonvenzionale di tendenza pop: celebre è la poltrona Blow del 1967 e altrettanto lo sono i progetti per le strutture pneumatiche, abitative ed espositive, degli stessi anni. Riveste un particolare interesse la loro ricerca sulle tecnologie industriali avanzate, particolarmente in relazione alle strutture pneumatiche applicate al design e all'architettura. Nel 1968 partecipano all’Expo mondiale di Osaka, con un progetto di coperture a moduli compositi formati da semisfere gonfiabili, e, nello stesso anno, alla XIV Triennale di Milano, con un tunnel, sempre gonfiabile, progettato come raccordo tra il palazzo delle Esposizioni e un padiglione esterno.La ricerca nell’ambito dei «gonfiabili» prosegue negli anni successivi, conseguendo esiti originali, tanto nel design come nelle architetture temporanee. Dagli anni ’70 partecipano a numerose mostre sul design italiano presso importanti musei nel mondo, tra cui spiccano, per importanza Italy: The New Domestic Landscape al Museum of Modern Art di New York nel 1972 e Italianische Möbel Design 1950/80 allo Stadt Museum di Colonia nel 1981.Conseguono numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Compasso d'Oro (Milano, 1979), il BIO – Biennal of Industrial Design - 7 e 9 (Lubiana, 1977 e 1981), il premio Delta/Adifad (Barcellona, 1990), il Design Award Winner (Hannover, 1998). All’attività progettuale uniscono quella teorica, attraverso l’Associazione per il Disegno Industriale, e quella didattica, attraverso la docenza al Politecnico di Milano e allo IUAV di Venezia. La loro produzione è documentata nella letteratura storica sul design italiano e nelle principali pubblicazioni internazionali di architettura e disegno industriale.Loro opere sono presenti nelle collezioni permanenti di vari musei, tra cui il Museum of Modern Art di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra, il Centre Pompidou a Parigi e la Triennale di Milano. L’archivio, già ordinato e organizzato per committenze dagli stessi architetti, si compone di circa 2000 progetti, la cui documentazione è realizzata su supporto cartaceo per circa 900 di essi, mentre per i restanti è stato utilizzato unicamente un supporto informatico. Completa la documentazione un ricco archivio fotografico, suddiviso tematicamente in relazione ai progetti, e un’ampia biblioteca di cataloghi di mostre, cataloghi di prodotti e riviste specializzate, tutti testimoni dell’attività dello Studio. Nel febbraio del 2010 gli architetti D’Urbino e Lomazzi hanno donato al CASVA l’archivio, che sarà consultabile per motivi di studio e di ricerca non appena conclusa la catalogazione informatizzata con applicativo Sesamo 4.1.





Giampiero BosoniGiampiero Bosoni. (Milano 1958) Professore associato di Architettura degli Interni e Allestimento presso la Facoltà del Design del Politecnico di Milano e dal 1993 docente presso lo stesso Politecnico dei corsi di Storia del Disegno Industriale e di Teoria e Storia dell’Arredamento e degli oggetti d’uso. Architetto, ha collaborato con Figini e Pollini, Vittorio Gregotti ed Enzo Mari, con i quali ha sviluppato l’interesse per la teoria e la storia del progetto nel campo dell'architettura e del disegno industriale. In particolare sui temi del design e dell’abitare ha scritto e curato diversi libri e realizzato vari articoli per numerose riviste del settore ("Casabella", "Domus", "Abitare", "Area", "Interni", "Lotus", "Ottagono", "Crossing", "Progex", "Print", "Rassegna", "Pluriverso" e altre). Dal 1982 al 1994 è stato redattore della rivista "Rassegna-Problemi di architettura dell’ambiente" (diretta da Vittorio Gregotti) per la quale ha anche curato tre numeri monografici. Dal 1989 al 1994 è stato direttore dalla fondazione della rivista "Progex-Design & Architetture espositive", rivista quadrimestrale di architettura per musei, mostre ed esposizioni commerciali. Nel 1997 ha ideato e curato per la Triennale di Milano l’esposizione Museo del design, dando vita al primo nucleo della Collezione storica del design italiano della Triennale di Milano. Nel 2006-07 ha curato la grande mostra internazionale Il modo italiano, Italian Design and Avant-garde in the 20th Century, (MBAM Montréal, ROM Toronto, MART Rovereto). Ha tenuto numerose conferenze presso Università e altri istituti culturali e didattici in Italia (Torino, Genova, Venezia, Ferrara, Roma, Bari, Palermo), e all'estero (Barcellona, Zagabria, Lugano, Shanghai, Seoul, Montréal, Tokio). Dal 1989, con lo studio associato Bosoni+Ranza ( 1989-99 Studio GA) svolge regolare attività professionale nel campo dell’architettura, dell’exhibit design e della progettazione degli interni.
Alcune delle principali Pubblicazioni: Il progetto del mobile in Francia, 1919-1939/Forniture design in France 1919-1939 (a cura di), "Rassegna" n. 26, giugno 1986, CIPIA, Bologna; Paesaggio del design Italiano 1972-1988 (con Fabrizio Confalonieri), Edizioni di Comunità, Milano 1989; Il viaggio abitato – Storia degli interni nei mezzi di trasporto del XIX e del XX secolo (con Andrea Nulli), edizioni Mondadori, Milano 1997; Jean Nouvel – Una lezione in Italia (a cura di), Skira edizioni, Milano 1996; Brevetti del design italiano. 1946-1965 (con F. Picchi e M. Strina - a cura di), Electa, Milano 2000; Italy: Contemporary Domestic Landscapes 1945-2000 (a cura di), Skira, Milano 2001 (ed. it., La cultura dell’abitare – Il design in Italia 1945-2001, Skira, Milano 2003); Il modo italiano, Italian Design and Avantgarde in the 20th Century (a cura di), Skira edizioni, Milano – Montreal 2006 (ed. it. Il modo italiano, Design e avanguardie artistiche in Italia nel XX secolo, Skira edizioni, Milano 2007); Made in Cassina (a cura di), Skira edizioni, Milano 2008.






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Santino Limonta (a cura di), Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi. Studio di Architettura e Industrial Design, RDE Ricerche Design Editrice, Milano 2012 Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi, Blow - poltrona gonfiabile, 1967, Zanotta Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi, Joe - poltrona, 1970, Poltronova Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi, Sciangai, 1973, Zanotta

Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi, Sciangai, 1973, Zanotta Corradino D'Ascanio, Vespa 150 (VL1T) - scooter, anni '50, Piaggio Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Mezzadro - sgabello, 1957-1970, Zanotta


 
     

 
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