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  15/02/2012
In ricordo di Paolo Parigi
 33 testimonianze






L'airone vola ancora. Nel ricordo di molti fruitori dei suoi «mitici» prodotti, nella memoria di chi lo frequentava giornalmente, nel pensiero di chi, sapendolo in fiera, si affrettava a rendergli visita per scambiare qualche franca opinione con un sincero «addetto ai lavori».
Potremmo proseguire, ma il designer e imprenditore Paolo Parigi è tuttora davvero nel cuore di molti di noi come,
par coeur restano le poesie imparate a scuola.
La sua recente scomparsa è stata per la nostra Delegazione una notevole perdita umana e professionale. Un sostegno nei momenti di incertezza, sovente un trainatore, una coscienza critica onestissima che sempre era in grado di risolvere la spinosa equazione tra concretezza e qualità.
Conosciamo bene il valore dell'opera, l'impegno dedicato allo sviluppo della cultura del progetto e le energie profuse da Parigi al fine di ottenere riconoscibilità per il nostro territorio. Ma quello che forse conosciamo meno è quanto il suo lavoro, il suo coraggio imprenditoriale e creativo sia stato di sostegno per i soci di altre Delegazioni e, più in generale, per tutti i progettisti.
Anche per questa ragione vogliamo qui rendere onore al suo lascito che, pur così forte sul territorio, ha avuto eco, riconoscimenti e apprezzamento anche oltre i confini dell'amatissima Toscana.

Paolo, uno dei quattro matti in giro per la Cina nel lontano 1981 o '82.
Era il periodo in cui, all’aeroporto di Shanghai, guardie armate sino ai denti gridavano in una tromba di metterti in riga e di dichiarare tutto quello che portavi dentro il paese, persino la fede matrimoniale.
Tra persone rispettabilissime, i quattro matti erano, oltre a Paolo Parigi, Christian De Porter, un giovane fotografo svanito nel nulla, ed io.
L’occasione era stata il gemellaggio tra le città di Milano e di Shanghai: l’ADI – invece dei menestrelli napoletani – aveva osato proporre la prima mostra del Design Italiano presentata in un grandioso palazzo in stile sovietico.
Ma fu abbandonando delegazioni politiche, e i custodi che ti seguivano a due a due come le suore e i carabinieri, che, anche se non facendo buoni affari, scoprimmo la vera Cina.
Ricattando gli inflessibili organizzatori indigeni, ce ne partimmo una mattina, soli; dopo aver atteso nella Soft Seats Waiting Room, prendemmo il treno provvisti di thermos e di té. Paolo, come al solito, attaccava bottoni in toscano con tutti, con la scusa di farsi aggiungere acqua calda al suo thermos da una bella massaia cinese.
Scendemmo nella città dei canali imperiali di cui ora non ricordo il nome. E ce ne andammo in giro a fotografare su e giù per ponticelli arcuati e vie rurali che oggi, mi dicono, non esistono più. Non esiste nemmeno più il negozio che vendeva esclusivamente acqua calda, con grande gioia per il thermos di Paolo.
Al ristorante Paolo coinvolse gli unici quattro turisti italiani – stralunati e dimagriti –, regalando loro scaglie di grana padano che furono gradite più che se si fosse trattato di caviale Beluga.
Mi fermo qui, perché i ricordi si rincorrerebbero senza fine.
Da allora ci incontrammo spesso, l’amicizia proseguì, e si rinvigorì.
Il suo sorriso dolce, i suoi occhi vivissimi, il suo speciale modo di muoversi e di gesticolare li porterò sempre nel cuore.
Non ricordo quando ho conosciuto Paolo, poichè, essendo nati nello stesso anno, ci siamo sempre conosciuti!
Siamo stati sempre amici, ci si vedeva purtroppo solamente una o due volte all’anno, ma ogni volta era come se ci fossimo lasciati un’ora prima.
Ricordo con affetto quei nostri incontri, in cui si parlava di barche, di cibo, di lavoro e – ultimamente – della sua gioia di essere diventato nonno!
Una volta mi capitò di chiedergli un parere tecnico per un problema di lavoro, lui con la sua «grassa» matita tracciò pochi e incisivi segni di soluzione, era il suo lucido, esperto e competente pensiero...
Mi mancherai, caro amico.
Se pensiamo al luogo del lavoro intorno alla metà degli anni Sessanta, ci rendiamo conto di quali cambiamenti sono avvenuti nel tempo in senso strutturale, soprattutto nell’ambito delle attività progettuali e artistiche. Tutti gli strumenti manuali utilizzati in passato per disegnare, dalla matita ai colori, dalle righe e squadre fino alla reprocamera, sono stati perfettamente integrati con programmazioni algoritmiche nei computer, trasformando tutto l’analogico in digitale. Spesso mantenendo curiosamente denominazioni e linguaggio, come avviene nelle visualizzazioni iconiche dei sistemi Macintosh e Windows.
Ma quando tutto questo ancora non era previsto, un designer attento e sensibile come Paolo Parigi si era preoccupato di ridisegnare linee e forme dei vari supporti arredativi, persino di un ingombrante apparecchio tecnico come il tecnigrafo, a cui però, chi come noi se ne avvaleva, era affezionato. Paolo Parigi lo interpretò così bene a tal punto da guadagnarsi un Compasso d’Oro.
La sua formazione «funzionalista» dell’architettura e del design lo ha sempre portato, nella duplice veste di designer e di imprenditore, a una visione razionale della progettazione, rigorosa sia nel disegno sia nei materiali adottati.
Ritengo che si possa sostenere che la sua concezione dell’arredo, in particolare quello dell’ufficio, declinata poi anche sul residenziale, non fosse certo appiattita su criteri di adeguamento alle normative vigenti e tantomeno sulle tendenze del momento. Piuttosto lo si deve ricordare nel suo costante impegno nella ricerca appassionata secondo i più affermati princìpi e orientamenti del design internazionale.
Qualche decennio orsono preparavo un breve saggio sulla storia di un oggetto che allora andava avviandosi alla scomparsa: il tavolo da disegno. Fu naturale imbattersi in Paolo Parigi. Con disponibilità e con lo spirito caustico che lo caratterizzava, completò le mie informazioni e realizzai un testo che, fra l’altro, sembrò lasciarlo soddisfatto. Ebbi l’impressione che in qualche modo quel racconto chiudesse simbolicamente una fase della sua attività, mentre altre strade – obbligatoriamente, visto gli sviluppi della tecnologia e degli strumenti della rappresentazione – si erano già aperte.
Trovai interessante l’idea di Parigi di ripensare un oggetto alfine «anonimo», come il tavolo da disegno, in una logica progettuale di industrial design, con un linguaggio visivo, scelte di materiali e produttive contemporanee. Una modalità operativa che lo accomunava, ad esempio, alle pratiche di redesign dei fratelli Castiglioni.
Alle persone che l’hanno conosciuto e agli amici, mi piace ricordare l’omaggio che gli fece il designer-imprenditore inglese James Dyson. In un piccolo libro dedicato a «Le icone del design contemporaneo» (Absolute Press, 1999), Dyson selezionava una ventina di oggetti. A fianco all’aereo Concorde e alla lampada Toio, alla lounge chair di Eames e alla bici Moulton collocava il tavolo A90 di Parigi, cui lo accumunava anche l’identità progettista-imprenditore. Al prodotto riconosceva le virtù «di un’apparente semplicità, di un utilizzo minimo delle parti e d’orgoglio nutrito nella lavorazione di precisione». E’ stata l’idea di design di Parigi.
La mia frequentazione con Paolo non è di vecchia data.
Lo conoscevo di fama, l’ho incontrato qualche volta, ma ci siamo visti più spesso solo negli ultimi anni, da quando ho cominciato a occuparmi di ADI Toscana, di cui lui era un caposaldo, credo, da sempre.
Paolo era una di quelle rare persone che lasciano dietro di sé una scia positiva: tutti ne parlano bene e da nessuno hai mai sentito dire qualcosa di negativo.
Forse anche per questo, quando l’ho conosciuto meglio e frequentato, è stato naturale simpatizzare, come con una persona che conosci da sempre e con la quale hai una naturale confidenza.
Non parlo qui delle sue grandi doti nel campo della grafica e del design, ampiamente dimostrate ed universalmente riconosciute, che comunque saranno meglio illustrate da persone più preparate di me, ma ci tengo a sottolineare la grande forza vitale, la viva intelligenza, la curiosità e soprattutto l’equilibrio che ha sempre dimostrato, anche nelle nostre lunghe, piacevoli discussioni in consiglio dell’ADI Toscana – dove sempre riusciva a inserire la sua concreta pacatezza.
E’ stato un privilegio frequentarlo ed avere la sua amicizia e resta il rimpianto per non avere avuto più tempo con lui.

Conoscevo e apprezzavo Paolo di fama per i suoi tecnigrafi e le sue sedie, da lui disegnati e prodotti con tanta cura e professionalità. Poi l’ho conosciuto di persona, prima come animatore della «AD Toscana», successivamente per i tanti incontri che ci hanno portato alla formazione di ADI Toscana.
E’ stato un incontro felice, che mi ha permesso di apprezzarne anche le qualità umane e di grande mediatore. In molte occasioni è stato proprio lui a ricomporre dissidi e dissapori, a trovare la strada per andare comunque avanti, ad impegnarsi per far sì che la delegazione trovasse spazi e riconoscimenti.
Paolo è stato tra i pochi – l’unico? – in Toscana ad aver avuto riconoscimenti ambiti e prestigiosi come il Compasso d’Oro, ma non per questo si era montato la testa guardando i colleghi con superiorità e supponenza.
Apprezzavo di Paolo la sua storia personale simile a quella di tanti di noi. La scuola della bottega artigiana, dove con gli occhi ma soprattutto con la testa si rubavano segreti e mestieri, gli studi artistici, la passione per il lavoro ed il gusto per il lavoro creativo.
Oggi nella delegazione ADI Toscana c’è una sedia vuota. Per il ricordo e l’affetto che abbiamo nei confronti di Paolo, per il rispetto del suo impegno e della sua dedizione, dobbiamo far sì che il lavoro da lui fatto non vada perduto.
Mi mancherà, mi mancheranno le nostre telefonate, i nostri incontri, le nostre cene che ci univano e davano lo spunto per tante proficue discussioni.
Ho conosciuto Paolo Parigi attraverso la frequentazione dell'ADI, un luogo dove si incontrano persone appassionate, intelligenti e interessanti.
Lui era una di queste.
Fin da subito mi ha bonariamente aggredita dicendomi di quanto i toscani sono litigiosi e rompiscatole; forse un modo per nascondere la timidezza e giustificare richieste o critiche.
Lui mi è apparso invece pieno di vita, di passione sincera e di voglia di fare.
Discutere fa parte del nostro lavoro e della necessità di inseguire degli obiettivi, ed era piacevole farlo. Ricordo con affetto le sue parole, il suo sguardo curioso e lucido, la sua capacità progettuale.
Il suo tavolo da disegno è nella memoria di tutti noi, icona di un periodo storico in cui progettare voleva dire tenere la matita in mano.
Lui è uno di quei designer che hanno fatto grande la nostra storia e come persona resterà sempre nel mio cuore.
Lui è Paolo Parigi, e ci mancherà.

Il ricordo più lontano è quello di uno stand al Salone del Mobile – tanti anni fa – al centro del quale un gentilissimo signore illustrava con amore ed entusiasmo il rivoluzionario tecnigrafo che – nella freschezza dei suoi colori verde e bianco – dava un'immagine tutta nuova a quello strumento per ingegneri ed architetti che eravamo abituati a vedere monumentalmente importante e difficilmente mobile.
La memoria di quel tavolo, e del nome di chi lo aveva disegnato e prodotto, si sarebbero in seguito affiancati ad immagini di altri oggetti, sempre interessanti.
Ma soltanto dopo anni ci fu l'occasione di un incontro personale. Fu un lavoro importante che consentì una vera approfondita conoscenza.
Si trattava di risolvere al meglio, e in breve tempo, alcuni seri problemi con interventi anomali che Paolo Parigi sembrava non voler affrontare. In quel periodo ci furono rapporti intensi. Si trattava di convincerlo e, per lui, di affrontare argomenti insoliti.
Allora è venuto fuori l'uomo, con la sua competenza, con le sue necessità estetiche, con la sua totale affidabilità.
Ne ho sentito rivendicare la toscanità. Per me – umbra – invece, Paolo Parigi non aveva identità regionale tranne quella toscanità conviviale nei ristoranti del Mugello dove ci si intratteneva con pasta e fagioli e un buon Chianti.
Le sue qualità e i suoi meriti oltrepassano qualsiasi confine. Tant'è vero che proprio in quel periodo, mentre si lavorava alacremente a realizzare i progetti che continuano a testimoniarne il valore, nacque il tavolo Terni.
La scelta del nome fu molto gradita a tutto lo staff di Arredare Designed Space che ancora oggi considera il tavolo un pezzo importante della propria collezione.
Ora ci sarà un grande motivo in più per proporlo. Sarà come concretizzare il ricordo affettuoso di Paolo. Il miracolo della forza del design che va oltre i limiti naturali.
Nel 1968, a pochi anni dalla laurea, pareva che incominciassimo ad ingranare nel mondo del lavoro. Ognuno di noi aveva portato nello studio il tavolo da disegno usato da studenti con ingombranti tecnigrafi a molle, ormai obsoleti. Decidemmo di rinnovare l’arredo e ci furono proposti i tavoli Heron Parigi, dal nome esotico, pensavamo che non fossero italiani. Erano aggressivi, con quel piantone inclinato in avanti, e si regolavano con una sola leva.
Più tardi, nelle prime riunioni dell’ADI a Milano (parevano adunate di carbonari per l’esiguità dei numeri in gioco) conoscemmo Paolo e scoprimmo che lui, artigiano/designer mugellano, non era esotico ma un prodotto della cultura del fare locale, allora comune e diffusa nel nostro paese.
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti e molte, moltissime cose sono cambiate.
Paolo ha avuto il pregio di mantenere vivo nel tempo, forse più a lungo di altri, il dono di saper adeguare la sapienza artigiana con l’innovazione tecnica e formale richiesta dal mutare dei tempi.
Paolo, un amico, un professionista sempre attento all’evolversi del design e sempre critico nei confronti dei dettagli imperfetti.
La sua grande capacità di rendere oggetti del desiderio prodotti, che, prima di lui, rispondevano solo alla funzionalità.
Vanno ricordati i suoi tecnigrafi, la sedia Polo ormai diventati oggetti da collezionismo
Alle manifestazioni fieristiche era d’obbligo per gli amici passare nello stand di Paolo per scoprire cosa avesse inventato nel frattempo per sorprendere clienti, amici e colleghi; poi seduti di fronte all’immancabile bicchiere di vino si accendevano i commenti più virulenti su ciò che avevamo visto, sostenuti dalla sua verve.
Caro Paolo ci mancherai e ci mancherà tutto questo.
Con Grande Affetto.
Ho conosciuto Paolo molti anni fa ed ho subito apprezzato la sua sincerità e critica costruttiva.
Tipica di ogni ogni Toscano, ma decisamente professionale ed acuta, quella di Paolo.
Ogni anno passava a salutarmi allo Stand al Salone del Mobile, scherzavamo molto, lui amava le aziende che affrontavano non solo il Design, ma anche la sfida innovativa e tecnologica di ogni prodotto.
Si entusiasmava come se ogni prodotto fosse il suo, era bravissimo, schivo e simpatico.
Mi mancherà moltissimo questo confronto, ma sono sicuro che sarà sempre presente per quello che ci ha insegnato e lasciato.
Grazie Paolo, con affetto.
Ho conosciuto Paolo Parigi negli anni '70 e da allora è sempre stato un piacere incontrarlo negli appuntamenti classici del Salone e sentirlo spesso al telefono quando dovevo interpellarlo per qualche motivo.
L'ho sempre considerato un designer «calmo» cioè un designer che aveva già nella penna il passo successivo e non potevi non entusiasmarti per i vari prodotti che, senza scosse apparenti, uscivano sul mercato; un mercato non sempre così ben disposto verso di lui, ma questo non poteva certo convincerlo ad operare diversamente, convinto com'era che la barra doveva stare al centro e che nient'altro poteva essere coerente con il suo credo poetico.
Quando riuscivo a trasmettere il mio entusiasmo per i suoi pezzi era veramente una gioia ed una soddisfazione particolare e non posso non ricordare i momenti in cui si montavano i suoi gioielli, momenti cui non rinunciavo mai perché era per me essenziale che l'utilizzatore finale capisse cosa era veramente il design di Paolo ed entrasse in sintonia con quell'oggetto che da quel momento diventava parte della sua vita.
Centina, Terni e tutte le sue sedie denotavano una asciuttezza di design che anticipava tutti i minimalismi e proponevano un mondo dove la funzione veniva fusa alla forma con un «aggancio» ovvio ma non banale.
E per me, questo passaggio – così essenziale nel design di Paolo – da funzione a forma è e rimarrà la cifra che ce lo farà ricordare e gli assicurerà un ruolo nella storia del design.
Ero ancora studente di architettura quando ammiravo e sognavo di avere, prima o poi, un tavolo da disegno della Heron Parigi. Per diversi motivi questo mio desiderio non si mai esaudito.
In compenso sono andato ben oltre. Ho avuto modo di conoscere personalmente ed anche frequentare l'ideatore di quei pezzi di design e diventare anche suo amico: Paolo Parigi appunto.
Ci incontravamo all'ADI, nelle varie fiere e sempre trovavo piacevole ed interessante fermarmi a conversare con lui, spiritoso, acuto e saggio nelle sue considerazioni che condividevo in toto.
Grande creativo, mai sopra le righe pur potendo permetterselo. Uno che sapeva in che cosa consiste l'industrial design.
Ciao Paolo, grande designer, simpatico toscanaccio, mi mancheranno i nostri ingenui e sganassosi pettegolezzi.
Ho conosciuto Paolo Parigi attraverso l'ADI, ma principalmente grazie alle sue creazioni.
Personalità forte e marcata, ha saputo dare una visione internazionale alla sua idea di design e di azienda dal DNA territoriale. I molteplici premi ricevuti ne sono una chiara testimonianza.
I suoi progetti sono la lucida visione di un uomo che – competente ed esperto – ha segnato con razionalità il significato della parola designer, coniugando in se stesso il ruolo di progettista e di imprenditore.
Voglio così salutare un uomo che per me è stato e rimarrà un grande maestro.
Conoscevo Paolo di fama, avevo sostituito il mio tecnigrafo con quello disegnato da lui e premiato con il Compasso d’Oro nel 1979. Non c’è più bell’omaggio di un designer a un suo collega.
Ma allora non ero ancora un suo collega e a quel tavolo affidavo le mie speranze, i miei progetti, i miei sogni. Sono diventato suo collega qualche anno più tardi. Di persona l’ho conosciuto da Presidente ADI nel 2001.
Era un periodo molto tormentato dell’Associazione, si era generata una divisione interna che aveva visto formarsi altre associazioni (con acronimi simili) per opera di soci usciti dall’ADI. Perciò con molta pazienza iniziai a tessere la mia tela con l’obiettivo di riunirli tutti e di fare dell’ADI una Istituzione nazionale con tante Delegazioni sul territorio.
Come prima cosa mi recai a Firenze. Perché lì il dissenso era grande e i toscani sono tosti.
Una piccola riunione di fedeli e contestatori che, con mia grande soddisfazione, iniziarono a discutere animatamente tra loro. Esposi il mio programma (il Cd’O come metodologia di valorizzazione dei territori) e poi tacqui.
A Paolo non sfuggì la mia tecnica di «pesca al cavedano», una vera prova di resistenza. In riunione si era subito schierato dalla parte dell’ADI e mi disse che il progetto gli sembrava ambizioso, forse un’utopia visto il dissenso interno.
Abbracciandomi nel salutarmi mi disse che a lui l’ADI aveva dato tantissimo e che lui credeva nell’Associazione e che mi avrebbe seguito perché senza utopie la vita è grigia. Così fece, e se oggi l’ADI è anche ADI Toscana in buona parte lo si deve a lui, geniale, solido, sempre positivo e appassionato. Di quelli che il bicchiere è meglio vederlo mezzo pieno.
Un aneddoto può rendere la sua grande modestia personale.
Nel 2004 la rivista Abitare aveva organizzato un incontro con Sir James Dyson, designer e fondatore dell’omonima impresa inglese che, a quei tempi, contava 5000 dipendenti. All’incontro vidi comparire Paolo che venne accolto dallo stesso Dyson come un vecchio amico. Incuriosito gli chiesi come lo avesse conosciuto. La risposta fu che Dyson aveva deciso di liberarsi dei computer del suo ufficio tecnico sostituendoli con il suo tavolo! La più grossa fornitura della Heron Parigi in Inghilterra.
C’è un filo rosso che lega gli uomini di qualità, quelli che sanno che la vita si gioca su valori altri dalla cronaca personale.
Un filo rosso che non bisogna mai tagliare.
Questa è stata la sua lezione.
Quando ho conosciuto Paolo sono rimasta felicemente colpita dalla sua schietta energia che mal si sposava con l’iconografia corrente del Designer di successo quale lui era, con l’accertato valore dei suoi lavori, i numerosi premi e riconoscimenti internazionali ricevuti, la vena creativa sempre rinnovata. Questo, gli dava quell’aura speciale del grande personaggio.
Se penso a Paolo la prima cosa che vedo è il suo volto con gli occhi brillanti, la sua aria interlocutoria, il suo modo diretto di affrontare argomenti e persone, il fare propositivo e concreto unito a una vitalità fuori dall’ordinario. Risento suoi coinvolgenti racconti pieni di aneddoti e di storie sia che si trattasse della nostra Città, di iniziative ADI, lavoro o amici e familiari.
Parlando con lui, un singolo evento diveniva immediatamente elemento di un sistema di relazioni umane o progettuali, c’era il soggetto e lo scenario che si animava nella descrizione unito all’ironia e talvolta alla poesia. Probabilmente è anche per questa sua attitudine a cogliere l’insieme delle connessioni – ben testimoniata dalla qualità riconosciuta dei suoi prodotti nei quali progettava la relazione reciproca di ogni elemento e quella dell’oggetto con l’ambiente e la sua funzione –, che ha creduto così tanto nella bontà degli intenti dell’ADI, lavorando con passione al riconoscimento del valore della professione del designer e partecipando alle attività dell’associazione promuovendo anche la nascita della Delegazione Toscana e soffrendo talvolta qualche delusione, così come accade in ogni amata famiglia.
In queste occasioni la sua capacità di analisi vivace tendente all’essenziale e alleggerita dai preconcetti non gli consentiva certo di tacere, e allora irruento, vulcanico, rispettoso, proponeva convinto suoi valori concludendo spesso l’argomentazione con un’occhiata e un sorriso.
Durante le nostre riunioni del Consiglio Adi Toscana ci spiegava le sue idee disegnando con la sua matita morbida, quella appuntata con la lama e usata da chi sa davvero disegnare. In quelle occasioni abbiamo coltivato i nostri più importanti obiettivi per la valorizzazione della filiera del design, il Codex Toscano e il Museo/Laboratorio del Design. Abbiamo fatto insieme i primi passi in quella direzione con il portale ADI Toscana, le prime pubblicazioni, le mostre realizzate per il Festival della Creatività, Palagio di Parte Guelfa a Firenze, Design week a Calenzano, concessioni di patrocini, partecipazioni a workshop, presentazioni di libri.
Averlo vicino era rassicurante. Quando condividevo con lui un dubbio sugli allestimenti cercava soluzioni entrando con un effetto zoom-in dentro i meccanismi che visualizzava velocemente come in un esploso tridimensionale e partivamo per una sorta di viaggio virtuale dentro le forme... e, cosa magnifica, c’era sempre da imparare e se ne usciva rinvigoriti!
Conoscerlo è stato un onore,
un’esperienza preziosa
e ne sono grata.
Ho conosciuto Paolo Parigi nel 1974, quando venne alla 1P (Azienda chimica per l’arredamento) per stampare la sedia Polo in poliuretano. All’epoca ero responsabile dell’ufficio tecnico.
Fin da subito s'instaurò fra noi un rapporto di stima e simpatia.
Passarono alcuni anni nei quali ci sentivamo saltuariamente, lui era diventato un designer famoso pluri-premiato. Il suo tecnigrafo Heron ormai aveva varcato i confini nazionali ed era stato adottato da molti studi di architettura e di design.
Cominciammo a vederci più spesso negli anni '90, quando insieme facevamo parte di «AD Toscana».
Quei vari incontri nella sua «officina», in mezzo ai suoi prodotti, sono stati per me un'esperienza preziosa, significativa e formativa. Il suo modo di progettare con capacità di sintesi formale e tecnica mi ha sempre stupito.
Fra le cose indimenticabili vissute con lui, voglio ricordare una cena in una casa di campagna – eravamo riuniti più di 40 designer – dove per una notte intera in un grande camino cuocemmo una porchetta di 25 kg con uno spiedo progettato proprio da Paolo. Una notte e un giorno passati tutti insieme parlando di costume, di barche, di cinema, di progetto, di futuro e di tante altre cose.
Insomma Paolo Parigi per me è stato non solo un amico, ma anche un esempio di uomo generoso e sincero, che lascia in me un vuoto, ma anche la gioia di averlo conosciuto.
Difficile non ricordare Paolo e la sua contagiosa vitalità.
Anche se i nostri incontri erano casuali, dettati dalle solite occasioni associative, ci si vedeva tra amici ma soprattutto da amici.
Come pareva logico in una associazione dove ci si conosceva tutti e dove si aveva lo stesso «senso della professione». Pure quando nascevano contrasti per affermare, e sostenere, un'idea contrapposta ad un'altra. Altrettanto valida purché nascesse da quel dibattito continuo attorno al design che vivificava l'ADI di allora.

Paolo era un ricco polemista, un uomo di buon senso, un designer nato. Come testimoniano i segni che ha lasciato.
Però se dovessi ricordarlo, per qualcosa di meno comune, direi che quello che ci colpiva maggiormente era la sua umanità.
La sua scomparsa è una dolorosa perdita proprio per quella carica di valori che sapeva esprimere con un semplice gesto, un consiglio sensato, un grande sorriso.
Spero che tutti lo ricordino con la stima e l'affetto che ha saputo donare agli altri.
Un grande personaggio.
Non ci vedevamo spesso, ma ogni incontro era interessante, vivo e giovane; non gli mancava certo l'entusiasmo.
Ci siamo trovati, poco tempo fa, in una commissione per l'ADI Design Index dove le divergenze sulla valutazione di un prodotto lo hanno portato a dimettersi.
Le mezze misure per lui non esistevano, che cosa fosse il design a Paolo era molto chiaro.
La parlata dava ancora più forza alle sue idee, era come se si esprimesse con un testo accompagnato da una colonna sonora.
Ci mancherà molto anche perché, a pezzetti, il «design» sparisce.

Conoscevo Paolo da molti anni in quanto era un carissimo amico di mio padre; insieme a lui lo incontravo tutti gli anni e, ultimamente – dopo la scomparsa di mio padre –, da sola, quasi sempre in occasione della Fiera a Milano.
Incontri in fiera veloci ma efficaci, un «rito»; lui veniva a trovarmi nel mio stand ed io andavo poi da lui e ci scambiavamo i nostri pensieri, le nostre sensazioni, le nostre esperienze, «fammi vedere cosa hai di nuovo, bravo!, brava!, interessante!, ho disegnato questo, e di questo che ne pensi?»... E parlavamo poi delle varie difficoltà che si incontrava sul lavoro, sul design e che cosa forse andava fatto, e non fatto, per migliorare.
Parlare con lui è sempre stato un piacevole momento di scambio di opinioni tra noi «toscani». Per questo parlavo volentieri con Paolo, anche per pochi minuti, e perchè sentivo in lui una persona simpatica, sincera, fidata, familiare, che oggi è difficile da trovare.
Paolo infatti era una persona semplice, senza toni di superiorità, con una storia sia come progettista che come azienda essendo questa nata molti anni fa. Paolo svolgeva la sua professione con grande passione, voglia di fare e anima; era la sua vita «disegnare», inventare e portare avanti con energia i suoi vari progetti e ambizioni nello stesso modo che ho vissuto in casa con mio padre e che lui ammirava.
Indubbiamente chi lo ha conosciuto e gli è stato vicino sentirà un grande vuoto accanto.
L'iniziativa di ricordare Paolo Parigi mi sembra bella e doverosa. Durante gli anni lo conobbi in varie occasioni, e se gli incontri furono brevi e fugaci, l'ho presente come un amico molto simpatico, intelligente e dedicato tutto al suo ideale. Era un bravo designer e un raffinato piccolo imprenditore.
Lo conobbi la prima volta nella redazione di una delle mie riviste, e poi in qualche Salone dove presentava i suoi prodotti, davvero interessanti e particolari.
Perciò sono contento che ci sia una iniziativa che lo ricorda e partecipo a questa commemorazione con piacere e con attenzione.
Mi viene difficile associare un ricordo preciso o un momento particolare alla persona di Paolo Parigi, se non ricollegandolo a un suo prodotto che tuttora è presenza costante nel mio studio, il suo più famoso tecnigrafo.
Una persona dallo sguardo attento e i modi schivi di chi ha scelto di vivere in periferia da non protagonista, un modo di presentarsi da persona distante e restia ai contatti umani, la cui riservatezza – che per noi costituiva una delle sua virtù – era, forse, nel grande circo del design, considerata un limite.
Lo conoscevo per la sua attività da progettista quando ero studente e, in seguito, vi furono dei brevi incontri in fiere e manifestazioni. Quando ho ripreso a frequentare ADI Toscana, di cui con altri visionari era colonna portante, abbiamo ripreso il filo dei nostri incontri.
I nostri incontri sono sempre stati momenti di conversazione sul progetto, e anche espressione sulle divergenze e convergenze di due generazioni: diverse negli anni, ma accomunate dagli stessi pensieri che questa professione porta con sé. Da questi incontri scaturiva una naturale simpatia.
Il caos genera il confronto. L’ordine è staticità e chiusura, il disordine è vita. Nel disordine entrano le idee, escono le cose. Queste erano alcune sue visioni che ritroviamo nel suo ricordo e nei suoi progetti.
Questi incontri mi hanno sempre fatto pensare alla possibilità di lavorare per divertirsi. E da questa idea di leggerezza, si è sempre mosso un pensiero capace di far diventare gli uomini figure segnate da relazioni profonde con le cose, i luoghi, le buone maniere... come accade di fronte all’agile salto del poeta che si solleva dalla pesantezza del mondo dimostrando che ogni estrema coesione contiene in sé anche leggerezza... fuori da ogni rumore che oggi riteniamo così vitale.
Grazie Paolo.
Io e Massimo andammo a trovare Paolo Parigi direttamente nella sua bella azienda molto tempo fa.
Io già lo conoscevo da quando lavoravo con International Design e mi ricordo che allora gli dissi che il mio tecnigrafo era un Heron Parigi A90, vincitore di un Compasso d'Oro, e ne andavo molto orgoglioso.
Erano gli anni in cui i tecnigrafi stavano già incominciando a scomparire soppiantati dai computer e dai nuovi ritmi imposti dalla smania di progresso e dalla voglia di sperimentare nuove forme, ignari di quello che di lì a poco avrebbe generato... un mondo caotico fatto di segni che si beano di essere segni e basta, senza logica e senza anima, col solo scopo di stupire.
Si sorprese quando gli dissi che io ancora lo utilizzavo.
E' passato molto tempo, ma ancora oggi il mio tecnigrafo troneggia nel nostro studio e tutti i disegni prima e dopo il computer fanno una tappa forzata, e col tempo sempre di più, sul «vecchio» tavolo che ha avuto tempi d'oro.
Molto spesso vengono generati e pensati su di esso.
Sarebbe felice Paolo nel sapere che gli oggetti hanno comunque un valore nel tempo e che questo valore viene dato anche dal tempo impiegato per la gestazione, soprattutto se sono oggetti che, come i suoi, sono nati dal cuore.
Un semplice e netto ricordo del suo tecnigrafo A90 esposto in un negozio di Via Ricasoli a Firenze, quando frequentavo la Facoltà di Architettura; un ricordo... ed un sogno, se è rimasto così impresso nella mia memoria.
Una strana sensazione: fu il primo oggetto che collegai immediatamente al concetto di «design», come se fino a quel momento non avessi compreso che intorno a noi giravano oggetti comuni, prodotti da industrie e disegnati da progettisti.
Era un mondo lontano ai tempi dell'Università, misterioso e magico, privo però di attenzione perchè erano gli anni dei «grandi progetti urbanistici e delle architetture», delle esercitazioni utili agli architetti del futuro ed il mondo del design non sembrava così «utile e coinvolgente».
Eppure, senza comprenderne bene il motivo, spesso mi fermavo davanti alla vetrina per osservare quell'oggetto, a distanza... e ricordo benissimo quel tavolo da disegno, splendido ed affascinante per la sua perfezione e per la sua composizione grafica; pochi segni ed una grande emozione, capace di accompagnarti per il resto della vita.
Per questo motivo sono certo di dover ringraziare e salutare Paolo Parigi, come se fosse un
amico, sebbene non abbia mai avuto il piacere di conoscerlo.
Non abbiamo mai avuto l'onore di frequentare per motivi professionali Paolo Parigi, salvo per aver lungamente «testato» dal vivo i suoi indimenticabili tavoli da disegno durante gli studi universitari, prima di archiviarli, a malincuore, per passare al cad. Siamo però spesso andati a salutarlo e porgergli omaggio nel suo stand al Salone del Mobile, e lui, sempre gentilmente, si intratteneva a lungo con noi descrivendoci con entusiasmo le ultime novità dell'azienda, e commentando in modo incoraggiante i nostri lavori.
E poi, a causa di questa omonimia, ogni volta che conosco qualcuno del settore che sente il mio cognome e mi domanda, col volto che si illumina: «... sei parente?» sarei quasi tentata di dire di sì, giusto per non deludere l'interlocutore. Quando ho confessato la cosa allo stesso Paolo, in occasione di uno degli incontri ADI Toscana, lui si è fatto una bella, larga risata.
Ho conosciuto Paolo nel 1979 all'ADI di Milano in occasione della premiazione dell'XI edizione del Compasso d'Oro. Ne apprezzai immediatamente la semplicità e simpatia. Aveva già progettato diversi lavori, tra i quali alcuni tecnigrafi – visti ed ammirati in un negozio di Firenze non sapendo ancora chi li aveva disegnati – che proponevano un'immagine completamente nuova per i tavoli da disegno.
Nel 1989 – su invito del Salone della Sedia di Udine – disegnò la sedia pieghevole Parigi con una struttura a stecche di legno curvate e tubo metallico per la ditta Fornasarig di Manzano. Mi disse che aveva preso l'idea dalla storica seduta Savonarola.
Durante i Saloni del Mobile visitavo sempre il suo stand per conoscere i lavori che aveva presentato quell'anno: e si parlava sempre della realizzazione tecnica dei particolari che erano stati il motivo segreto del lavoro.
Ricordo Terni, un tavolo di ferro con un piano molto grande e una superficie rugginosa, un effetto ottenuto trattando, non so con cosa, il metallo; mi disse che era un segreto, un'immagine originale, come una pittura informale. La sensibilità – gli dissi elogiandolo – è una dote, non si può comprare in farmacia.
Credo che pochi progettisti conoscano il metallo – specie l'alluminio – come lo conosceva Paolo. Ed è questa esperienza che gli ha consentito di progettare quei pezzi – dotati di rara essenzialità e funzionalità – che gli sono valsi non solo riconoscimenti e premi internazionali, ma anche un grande apprezzamento da parte della critica mondiale.
Nonostante i successi, era una persona molto umile ed il lavoro lo divertiva. Con me è sempre stato disponibile per informazioni e consigli tecnici, era contento di rendersi utile.
Nel 2000 cominciammo a parlare di ADI Toscana con alcuni colleghi. Spesso facevamo riunioni nella sede della Heron Parigi messa a disposizione da Paolo e dal fratello Giovanni. Paolo era sempre per accellerare la nascita dell'associazione, e quando nacque – nel 2006 – non potè accettare la presidenza per impegni di lavoro.
Nel marzo del 2009, insieme ad alcuni colleghi, venne a trovarmi in ospedale e durante la visita mi fece apprezzamenti caratteriali sul mio essere, dopo l'intervento chirurgico, un «bravo paziente»: non dimenticherò mai questo pensiero.
Il 27 agosto 2011, Vincenzo Missanelli – come fa sovente – è passato a trovarmi. Poco più tardi mi ha suggerito di telefonare a Paolo per salutarlo insieme: non passò nemmeno mezz'ora che Paolo era a casa mia.
Sapeva della morte di Giotto Stoppino e volendo parlare con la moglie Deda me ne chiese il numero. Quel giorno ci fu tra noi una conversazione molto amichevole sui temi più cari: i nipotini e la barca, cui era molto affezionato. Nel salutarci ebbe parole molto confortanti – compivo allora ottant'anni – augurandomi buone cose e fissando in agenda di risentirci più avanti per una futura cena...
Non fu possibile, il 20 gennaio ho ricevuto, sempre da Vincenzo, la triste notizia. Paolo era un maestro e un uomo onesto.
Me lo presentò Roberto Segoni, al quarto piano di San Niccolò ai tempi della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale di Firenze. La discussione era su un oggetto chiamato «tecnigrafo». Quel brutto tavolo da disegno da ingegneri meccanici che non aveva nessun fascino estetico, con quelle molle e contrappesi.
Paolo Parigi, aveva realizzato il «tecnigrafo» più bello. Se lo contendevano gli architetti più famosi, lo desideravano i giovani designer, compariva negli studi di progettazione più prestigiosi. Quando Paolo diceva: «ora te lo spiego…», tirava fuori dal taschino un portamine cicciotello con una mina grossa e morbida e cominciava a disegnare.
La sua «spiegazione» voleva dire semplicemente «è fatto come te lo disegno».
In un bel viaggio di lavoro in Cina, ci divertimmo a far lezione di design a una moltitudine di studenti universitari di Nankino, antica capitale dell’Impero.
Quando ci dissero se volevamo la traduzione simultanea, noi rispondemmo che non ne avevamo bisogno. Su quella lunga lavagna nera Paolo da una parte ed io da quell’altra, cominciammo a schizzare di tutto, dalla Ferrari alla cupola del Brunelleschi lasciando i cinesini a bocca aperta.
Sono in pochi quelli che creano le cose belle, sono in pochi quelli che credono che le cose possano avere un’anima. Paolo Parigi è stato uno di quei pochi che è riuscito a dare l’anima alle cose.
Ho conosciuto Paolo tantissimi anni fa, all'inizio della mia carriera, e subito c'è stata simpatia. Non facevamo parte dell'ambiente milanese del design, ma ne condividevamo l’entusiasmo, la curiosità, la voglia di cambiare le cose… attraverso le cose.
Ci siamo ritrovati a metà degli anni '90, quando contribuimmo alla nascita di nuove associazioni per il design su tutto il territorio nazionale, e del CNAD, che le coordinava tutte, con la speranza di poterle poi riunire all'ADI, in quel periodo non molto attenta ai soci «decentrati».
Il suo intervento al primo convegno del CNAD sulla professione, nel 1996, parlava di «design universale», della sua passione, che trasmetteva a tutti noi.
Quell’avventura ha accelerato da parte dell’ADI il processo di decentramento verso il territorio, e a quel punto Paolo si è molto impegnato nella delegazione toscana dell'ADI, con immutata passione.
Il suo prodotto più famoso, il tavolo da disegno A90Compasso d’Oro nel 1979 –, è un simbolo per tutta una generazione di progettisti, per noi che abbiamo sempre usato la matita.
Mi mancherà Paolo, mancherà a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di condividere un pezzo, piccolo o grande, di percorso di vita con lui.
Ciao Paolo!
Nel 1976 – appena arrivato a Firenze – fui affascinato da un tecnigrafo (Delta) e da una sedia (Polo) che vidi in vetrina nel negozio Calamai in via Cavour. Evidentemente non potevo, da povero studentello, permettermi tali gioielli (oggi ne sono felice perché disfarmi di un’opera d’arte talmente ingombrante quanto ormai inutile come quel tecnigrafo mi metterebbe in serio imbarazzo).
Provai persino sedermi su quella sedia e non escludo che le mie attuali sciatiche abbiano a che fare con quell’infausta esperienza.
In quel momento ciò non contava: quella sedia corrispondeva così totalmente alle mie giovanili prerogative di rigore formale, geometrico ed estetico che attribuii la sua scarsa comodità ad una mia inadeguatezza fisica e mentale.
Venticinque anni dopo conobbi Paolo. Lo feci partecipe delle mia antica venerazione per quegli oggetti, della mia ormai acquisita maggiore consapevolezza ergonomica e liberazione dai canoni bauhausiani: lui fu d’accordo e ci facemmo due risate.
Mi colpì la sua umanità, la sua schiettezza toscana e la passione per quel che faceva.
E così vorrei continuare a ricordarlo.
Non lo conoscevo ancora, ma ero già un suo fan.
Ai tempi dell’istituto tecnico, se dovevo disegnare qualcosa di importante andavo a casa di mio cugino, fortunato possessore di un tecnigrafo A90 e di una poltroncina Polo.
Era talmente perfetto questo connubio di oggetti che stentavo a concentrarmi sui disegni da fare e la prima mezz’ora la passavo ad osservare i dettagli del goniometro e l’elegante linea dei righelli, a domandarmi come mai in aula da disegno il tecnigrafo avesse quell’ingombrante contrappeso e questo invece no.
Fantasticavo su quel marchio, che suonava molto autorevole come se appartenesse a una società straniera, magari italo-americana o tedesca.
Poi, come tutti gli studenti di architettura mi trovai spesso a frequentare il reparto copisteria dell’Eliocopia: sopra ai macchinari e agli indaffarati dipendenti in camice bianco si ergeva un soppalco popolato di oggetti dagli inconfondibili colori verde bianco e nero: la produzione Heron Parigi al completo, in attesa che qualche fortunato acquirente salisse quelle scale per portarsela via nel suo studio.
Si, perché i prodotti Heron Parigi sono sempre stati uno status symbol per gli operatori del settore, un riferimento di qualità estetica e funzionale, vere icone del design per l’arredo dell’ufficio.

Qualche tempo dopo, grazie a un altro buon amico, che mi ha sempre ben consigliato, il mio ex correlatore Biagio Cisotti, ebbi l’occasione di conoscere l’autore di queste meraviglie, per mostrargli il mio progetto di tesi, un distributore automatico di carta da disegno pensato per cartolerie e scuole.
Con una certa apprensione, andai subito a trovarlo nella sua azienda a Borgo San Lorenzo.
All’ingresso, ordinatamente esposto sui molti scaffali dell’indovinato sistema Inbox, tutto ciò che si può vincere lavorando come designer: diplomi e trofei di ogni genere, fra i quali iF Award, Good Design Japan, Premio Smau, Compasso d’Oro.
E’ significativo e non scontato il fatto che anche in paesi come Germania e Giappone, dove da sempre la produzione industriale raggiunge livelli qualitativi eccelsi, la Heron Parigi, azienda con produzione italiana al 100%, fondata con suo fratello Giovanni, abbia mietuto successi e ricevuto ripetute attestazioni di stima.

Paolo Parigi, pur essendo di iniziale formazione tecnica, proveniva dal mondo della grafica pubblicitaria dove per alcuni anni si era cimentato disegnando marchi importanti e poi era riuscito a trasformarsi in uno dei più straordinari e competenti creativi del disegno industriale italiano.
Come tutte le persone veramente grandi, si rivelò un tipo alla mano, disponibile e diretto.

Ricordo che gli mostrai il progetto sottolineando l’impegno profuso nel tentativo di nascondere tutti i sistemi di giunzione, ma lui mi sorprese sostenendo che mostrare le viti non era assolutamente disdicevole e per dimostrarmelo mi illustrò alcuni suoi prodotti dove questo concetto era stato applicato con grande eleganza, ignorando volutamente i diktat delle mode del momento come il bolidismo o il design bionico.
Mi fece capire che le viti possono essere belle.
Quante volte in seguito gli ho dato ragione… e qualche tempo dopo, quando ebbi modo di osservare gli innovativi case dei PowerMac, i computer assemblati con le TSCE in vista, mi tornò in mente il suo insegnamento: Paolo, precursore, aveva anticipato i tempi di molti anni.

E se il mago di quei prodotti, Steve Jobs, ha apprezzato a tal punto la qualità toscana da venire nello stesso Mugello di Paolo ad acquistare pietra serena per i pavimenti dei suoi negozi monomarca, un altro dei pochissimi geni contemporanei del design, James Dyson, si è talmente innamorato del suo talento creativo da inserirne i prodotti fra le sue «Design Icons» e divenire uno dei suoi più affezionati clienti, arredando con la produzione Heron Parigi tutti gli uffici delle sue aziende.

A Paolo, che tutti han sempre considerato uno dei massimi specialisti del metallo e che invece aveva una competenza e consapevolezza globale del mondo del design ben superiori a quello specifico ambito, sono grato professionalmente anche per un episodio, quando da membro dell’osservatorio del design, selezionò per l’Index la penna rivestita in pelle che avevo disegnato per Pineider.
Aveva intuito i suoi contenuti innovativi: quella penna ebbe infatti vari riconoscimenti e finì al museo di Chicago, dopo aver rilanciato quel concetto di prodotto sul mercato, e spinto molti brand, Montblanc compresa, a realizzarne una simile per il proprio catalogo.
E se l’indole individualista si manifestava nel Paolo designer, nei rapporti sociali emergeva un’identità diametralmente opposta, che gli ha sempre accreditato altrettanti unanimi consensi.

Già stimato socio dell’ADI da una vita, negli anni ’90 fu tra i fondatori di AD Toscana, una delle associazioni del design che nacquero in Italia un po’ anche in reazione al milanocentrismo dell’ADI.
Paolo mi raccontava spesso di quell’esperienza, che vide coinvolti tanti bravi colleghi toscani, tutti molto uniti e motivati, legati da un rapporto amichevole anche al di fuori dall’associazione, in memorabili cene organizzate a turno in casa o negli studi dei vari soci.
Al crescente fermento di queste realtà regionali ADI reagì realizzando che si sarebbe presto estinta in assenza di una maggiore apertura verso l’esterno e di una presenza più capillare a livello nazionale: fu così che nacquero le prime delegazioni territoriali.
In fin dei conti si può dire che l’azione di questi colleghi, Paolo compreso, abbia contribuito, un po’ in tutta Italia, a far crescere l’ADI, a renderla una più autorevole realtà nazionale, con un peso politico diverso.
Paolo lo ritroviamo quindi tra i fondatori di ADI Centro che inizialmente raggruppava ben quattro regioni, finché non arrivò il momento, nel 2006, di rendere indipendente la Toscana.
E fu lì che, pur essendo a mio avviso destinato ad un ruolo di presidente ad honorem per la delegazione, decise invece di farsi da parte per dare spazio a qualcuno più giovane… lui che giovane continuava ad essere e non solo nello spirito.
Non conoscendo la sua data di nascita, chiunque avrebbe infatti scommesso che avesse dieci, quindici anni meno; sempre in forma e scattante, in abiti casual, con la sola concessione dei trasgressivi calzini rossi che si divertiva a mostrare compiaciuto.
Così lui partecipava puntualmente alle nostre riunioni, dispensandoci di racconti di ogni sorta, che non potevamo fare a meno di ascoltare incuriositi, divagando e dilatando piacevolmente ben oltre i tempi previsti, ogni argomento di discussione.

Ma più che con le parole, era solito esprimere i suoi concetti con disegni, con rapidi sketch; sempre armato di temperino, con il quale abbiamo spesso affettato torte e dolcetti innaffiati dal vinsanto di sua produzione, affilava la punta della sua micidiale matita e rapidissimo schizzava l’idea che aveva in mente.
Poteva venir fuori di tutto, il layout del nostro stand per il Festival della Creatività, la caricatura di qualcuno che lo aveva impressionato, la riproduzione di un oggetto di design, per celebrarne la grazia o per sottolinearne implacabilmente i difetti.
Penso che se avesse avuto le giuste occasioni, avrebbe potuto disegnare con successo molte altre tipologie di oggetti; ci stupiva quando arrivava con quella sua valigetta realizzata in lamierino sottile, abilmente lavorato per ricavarne cerniere e impugnatura, oppure quando realizzava per se stesso essenziali montature di occhiali in alluminio degne del catalogo Rodenstock.
Negli ultimi tempi era riuscito a far centro anche con una serie di idee per la casa, il cui esempio più autorevole è rappresentato da Luft, la bella chaise-longue disegnata in collaborazione con il figlio Guido.

ADI Toscana vide quindi la luce con un principale condiviso obiettivo: valorizzare il patrimonio creativo e produttivo del nostro territorio, cercando di promuoverne nel miglior modo possibile i protagonisti.
In questa direzione abbiamo orientato negli anni i nostri sforzi, promuovendo ove possibile la cultura del design, selezionando attentamente iniziative e prodotti per premi, organizzando eventi e concorsi, realizzando pubblicazioni, concedendo patrocini.
Ci sono traguardi che siamo stati in grado di raggiungere rapidamente come l’incremento notevole del numero di associati, la costituzione della sede nel polo del design di Calenzano, la realizzazione del portale, che è il nostro fiore all’occhiello, divenuto un riferimento per gli operatori del disegno industriale e sul quale chiunque proponga contenuti di qualità può essere gratuitamente inserito, a prescindere dal fatto che sia socio ADI o meno.
Mi resta purtroppo il rimpianto di non aver potuto realizzare il progetto più importante per tutti noi: uno dei sogni che Paolo condivideva da sempre con i suoi amici era quello di una mostra del design Toscano, nella quale esporre tutto il meglio della nostra produzione storica in vari settori.
Lavorando da subito su questa idea ipotizzammo che la mostra potesse diventare un museo e che la nostra struttura si potesse inserire in un futuribile network, costituito da altri musei regionali, ciascuno rappresentativo della propria realtà territoriale; un museo ovviamente accessibile al pubblico, integrato da sala conferenze, caffè del design dove le imprese locali potessero esporre le loro ultime novità, bookshop e biblioteca-archivio.

Il concetto del Codex venne rivoluzionato rispetto all'idea iniziale proposta da ADI, in questo contesto oltre a rappresentare il catalogo dell’esposizione, si trasformava in un prezioso dossier sulle eccellenze del territorio, utile strumento di promozione per lo sviluppo economico della nostra regione, anche all’estero.
La crisi, ma anche un po' l'indifferenza da parte delle istituzioni nei confronti delle nostre proposte, han finito per mettere in standby questi ambiziosi progetti, che restano comunque ben presenti nella nostra memoria, in attesa di momenti migliori e di qualcuno che abbia l'intelligenza e la forza per realizzarli.
Grazie Paolo.

«In Borgo S. Lorenzo opera un'azienda che può realizzare la tua idea», così rispose la gentilissima Elza Casagrande alla mia richiesta di aiuto nell’affrontare un tema nuovo e arduo in un ambiente prestigioso.
Conobbi così Paolo, Giovanni, i collaboratori, l’azienda ed i suoi progetti che, assolutamente, non conoscevo; rimasi affascinato e nella frequentazione che seguì ebbi modo di scoprire l’altra faccia di Paolo, l’umiltà e l’umanità: doti non comuni negli «artisti».
Ricordo ancora la pazienza nell’ascoltare le mie richieste, vaghe e confuse, prendere nota e cercare di assecondarle, il modo affabile e cortese nel coinvolgermi nelle soluzioni che andava predisponendo come fossero scaturigini di un comune pensiero, il sorriso coinvolgente e la naturalezza con cui riusciva a trasmettermi l’entusiasmo, la passione, l’impegno.
A questa esperienza è seguita una solida amicizia; grazie Paolo per avermene fatto partecipe.
Io e Paolo ci siamo conosciuti in uno dei tanti Saloni del Mobile – sinceramente non ricordo se Milano, Colonia o altro –, ricordo soltanto una persona molto equilibrata e molto innamorata del suo lavoro e, come tutti noi toscani, con una consapevolezza dei nostri limiti nel panorama internazionale – limiti che nascono da un bacino d'utenza che ormai tutti conosciamo, vuoi che non riusciamo a farci notare, vuoi che oltre le idee (che ormai possiedono tutti) non riusciamo a realizzarle per mancanza di budget, vuoi, forse, per un DNA poco propenso a farle notare.
Ma venendo a Paolo... Nella Toscana degli anni '70, gli anni del «design» di Poltronova, Giovannetti, Planula, c'era anche Heron Parigi. Un tecnigrafo con un design eccezionale, incredibilmente bello, tecnico, nero... E inoltre comunicato con foto uso Aldo Ballo...
Purtroppo non avevo i soldi per permettermelo, ma, credetemi, sapere che un tale prodotto fosse stato pensato, realizzato e venduto da un'azienda toscana, in quegli anni era, per noi designer, uno stimolo...
E ci infondeva – allora la nostra era una professione, o meglio, un lavoro non ritenuto importante dalle aziende – una forza ed una convinzione tale da superare i continui «no» da parte loro.
Ritengo che Paolo sia stato un personaggio un po' schivo nella comunicazione del suo ruolo di designer, di imprenditore – cosa difficilissima per un creativo – ma per me importante perché c'era.
Come sempre, è la scomparsa della persona a renderne storico il ricordo, non più immerso nel flusso degli accadimenti quotidiani, ma fissato in poche immagini esemplari. La memoria di Paolo Parigi resta per me, che non ho avuto il piacere di incontrarlo di persona, ma ne conosco il lavoro, affidata a due figurazioni emblematiche, vale a dire il suo modo di fare design e un'opera.
Parigi ha incarnato il modello di una filosofia progettuale radicata nel severo razionalismo del Novecento, ma già proiettata verso un mutamento di cui egli ha intuito la portata, senza però cedere alla tentazione di anticiparlo con rotture clamorose. Ciò che lo ha sempre guidato nelle sue scelte formali è stato un delicato e pensoso equilibrio fra la sostanza formale dei suoi oggetti – mai imprigionata nella reiterazione di formule, ma semmai tendente a una propria personalissima maniera – e il senso profondo della loro umanità, della loro presenza viva nel mondo. I suoi oggetti (dagli arredi per ufficio a quelli per la casa) nascevano non per essere ammirati, ma per essere vissuti, per accettare giorno dopo giorno la sfida di una quotidianità alla quale davano forma e di cui componevano, silenziosamente, la storia.
L'oggetto che forse meglio, a mio avviso, interpreta questo modello è il tecnigrafo A90, prodotto dalla Heron. Non si tratta soltanto della perfezione formale dell'artefatto, della sua capacità di elevare la propria energia estetica riducendola a un segno asciutto e rigoroso; si tratta anche del valore simbolico di un oggetto che oggi si carica di nuovi significati, e si propone come immagine di un design il quale, giunto alla sua piena maturità, già indicava il proprio superamento all'insegna della continuità culturale, affidata a una ragione capace di dar conto d'ogni mutamento.
Il fascino discreto del design di Paolo Parigi si condensa in questa lezione di stile. In tempi di incertezza e disorientamento come quelli che viviamo, essa forse non dà risposte alle nostre domande, ma certo ci invita a porle nel modo giusto.




NB: La presente pagina è, al momento, da considerarsi in progress, ovvero sarà suscettibile di ulteriori aggiornamenti in funzione delle testimonianze che perverranno nei prossimi giorni a: info@aditoscana.it.




Venerdì 20 gennaio 2012, si è spento Paolo Parigi, progettista e imprenditore che per oltre 50 anni ha operato con meritato successo internazionale nel campo dell'industrial design sul territorio toscano.

Tra i pochissimi vincitori del Compasso d’Oro della regione, Parigi ne era un entusiasta fautore: dopo essere stato figura di rilievo all'interno dell'ADI nazionale, è stato infatti tra gli ispiratori e i fondatori di ADI Toscana di cui è stato ininterrottamente consigliere dal 2006 ad oggi.

Il talento, l’amore per il metallo – materiale riciclabile al 99% come amava sottolineare – ed il rigore tecnologico profuso negli anni da questo rivoluzionario creatore di sedute da ufficio – un'icona per tutte la leggendaria «Canasta» –, tavoli da disegno e tecnigrafi – suoi gli ormai mitici «Heron», «Delta», «A.90/Studio» e «TK100» – ha garantito alla Heron Parigi – la sua azienda di Borgo San Lorenzo – una leadership indiscussa nel settore dell’arredamento di design per l’ufficio e per la casa.

Frutto di un lavoro ostinato, vulcanico e preciso, i prodotti di Paolo Parigi hanno segnato un'epoca, una lunga stagione in cui sono stati lo strumento principe per molti operatori del settore. Sicché non è improprio affermare che egli sia stato coinvolto nella storia del progetto italiano e internazionale sia in prima persona, sia – e in un modo altrettanto concreto – tramite l'ausilio offerto a tantissimi progettisti che per decenni hanno imparato ad apprezzare il proprio mestiere, nonché l'intimo valore della qualità dei dettagli, proprio utilizzando quei prodotti frutto di una sincera, personalissima ricerca progettuale e tecnologica.

Esposti in alcuni musei internazionali, i progetti di Paolo Parigi realizzati da Heron Parigi hanno conseguito un'impressionante serie di prestigiosi riconoscimenti che qui riportiamo in estrema sintesi:

1973 – Segnalazione Premio SMAU
1975 – Premio SMAU
1976 – L'utensile quotidiano, mostra di disegno
           contemporaneo italiano - Tokyo
1977 – Bio 7 Biennale di disegno industriale - Ljubljana
1978 – Resurces Council Product Design Awards
           Program - New York
1979 – Premio Compasso d'Oro ADI
1980 – Italiensches Mobel Design - Kolnisches Stadt
           Museum
1981 – Selezione Compasso d'Oro ADI
1982 – Italian Revolution, Lajolla Museum of
           Contemporary Art - California
1982 – Segnalazione Premio SMAU
1983 – Ontwerpen voor de
           Industrie - Bonnefantenmuseum
1985 – Selezione Premio SMAU
1986 – Die Gute Industrieform - Hannover
1986 – Haus Industrieform - Essen
1987 – Die Gute Industrieform Hannover
1987 – Selezione Compasso d'Oro ADI
1987 – Design Center - Stuttgart
1987 – Goed Industriel Ontwerp
1987 – 1° Premio 5 stelle ADI Tecnhotel - Genova
1988 – Bio 12 - Menzione d'onore Biennale
           di disegno industriale - Ljubljana
1989 – I B D - Product Design Award - New York
1991 – Selezione Office Design Eimu '91 - Milano
1998 – Due Menzioni d'Onore al Compasso d'Oro ADI
1998 – 1° premio A.M.I. - Lucerna
1998 – Innovations Awards Neocon - Chicago U.S.A.
1998 – Bio 16 Biennale
           di disegno industriale - Ljubljana
1999 – Good Design Award - Tokio




 IMAGE GALLERY 


Paolo Parigi, Heron - tavolo da disegno e tecnigrafo, 1965, Heron Parigi Paolo Parigi, Delta - tavolo da disegno e tecnigrafo, 1970, Heron Parigi Paolo Parigi, A90 - tavolo da disegno e tecnigrafo, 1975, Heron Parigi Paolo Parigi, Polo - sedia, 1975, Heron Parigi

Paolo Parigi, TK100 - tecnigrafo, 1978, Heron Parigi Paolo Parigi, Flap - sedia, 1985, Heron Parigi Paolo Parigi, Inbox - sistema di pannelli di lamiera componibili, 1985, Heron Parigi Paolo Parigi, Inbox - sistema di pannelli di lamiera componibili, 1985, Heron Parigi

Paolo Parigi, Inbox - sistema di pannelli di lamiera componibili, 1985, Heron Parigi Paolo Parigi, Centina - tavolo, 1987, Heron Parigi Paolo Parigi, Canasta - poltrona direzionale, 1989, Heron Parigi Paolo Parigi, Canasta - poltrona direzionale, 1989, Heron Parigi

Paolo Parigi, Canasta - poltrona direzionale, 1989, Heron Parigi Paolo Parigi, Parigi - sedia, 1989, Fornasarig Paolo Parigi, Quarto - sistema di scrivanie per ufficio, 1995, Heron Parigi Paolo Parigi, All - seduta operativa, 1998, Heron Parigi

Paolo Parigi, All - seduta operativa, 1998, Heron Parigi Paolo Parigi, All - seduta operativa, 1998, Heron Parigi Paolo Parigi, 999 - poltroncina, 1999, Heron Parigi Paolo Parigi, 999 - poltroncina, 1999, Heron Parigi

Paolo Parigi, Trix - tavolo, 1999, Heron Parigi Paolo Parigi, Terni  - tavolo, 2000, Heron Parigi Paolo Parigi, Terni  - tavolo, 2000, Heron Parigi Paolo Parigi, Terni  - collezione tavolo e librerie, 2000, Heron Parigi

Paolo Parigi, Secretaire 2001 - home office, 1997, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk - seduta, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk D1 - tavolo, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk D1 - tavolo, 2003, Heron Parigi

Paolo Parigi, Klyk D1 - tavolo, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk  - scrivania operativa, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk  - sistema di tavoli raggiati, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk  - soluzione reception, 2003, Heron Parigi

Paolo Parigi, Klyk  - sistema di scrivanie operative, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk  - sistema di scrivanie operative, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk G - soluzione reception raggiata, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, Klyk G - soluzione reception raggiata, 2003, Heron Parigi

Paolo Parigi, Klyk e  Klyk D1 - scrivanie operative presso Dyson Ltd headquarters, 2003, Heron Parigi Paolo Parigi, IXI-XL - tavolo, 2005, Heron Parigi Paolo Parigi, IXI-XL - tavolo, 2005, Heron Parigi Paolo Parigi, IXI-XL - tavolo, 2005, Heron Parigi

Paolo Parigi, Album - sistema di moduli componibili per librerie, 2006, Heron Parigi Paolo Parigi, Album - sistema di moduli componibili per librerie, 2006, Heron Parigi Paolo Parigi, Album - sistema di moduli componibili per librerie, 2006, Heron Parigi Paolo Parigi, Album - sistema di moduli componibili per librerie, 2006, Heron Parigi

Paolo Parigi, Lloyd - sistema componibile per librerie a muro, 2006, Heron Parigi Paolo Parigi, Lloyd - sistema componibile per librerie a muro, 2006, Heron Parigi Paolo Parigi, Zeti - sedia impilabile, 2007, Heron Parigi Paolo Parigi, Zeti - sgabello, 2007, Heron Parigi

Paolo Parigi, Zeti - sedia impilabile, 2007, Heron Parigi Paolo Parigi, Zeti - installazione di sgabelli/espositori per gioielli dell'antica grecia presso il Museo Benaki di Atene, 2007, Heron Parigi Paolo Parigi, Lisca - libreria porta riviste, 2008, Heron Parigi Guido Parigi e Paolo Parigi, Luft - chaise-longue, 2009, Heron Parigi

Guido Parigi e Paolo Parigi, Luft con braccioli - chaise-longue, 2010, Heron Parigi Guido Parigi e Paolo Parigi, Luft con braccioli - chaise-longue, 2010, Heron Parigi Paolo Parigi, Piatto - tavolo, 2011, Heron Parigi Paolo Parigi, Piatto - tavolo, 2011, Heron Parigi

Paolo Parigi, Piatto - tavolo, 2011, Heron Parigi Guido Parigi, Luft lounge - poltrona relax, 2011, Heron Parigi Guido Parigi, Luft lounge - poltrona relax, 2011, Heron Parigi


 
     

 
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