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  02/01/2012
Tre pareri sull'Autoproduzione
 Pamela Pelatelli - Operae
Luisa Bocchietto | Enrico Bassi - Fablab | Enrico Morteo







Domandarsi quale sia oggi il ruolo dell'autoproduzione può rivelarsi l'occasione per evidenziare come, a fronte dell'emergere di tecnologie che paiono favorire inusitate occasioni di «smaterializzazioni» e «decontestualizzazioni» nel progetto e nella produzione contemporanea, stiano parallelamente crescendo di numero e per organizzazione sul territorio «pratiche» progettuali e produttive riconducibili ad un quasi antagonistico processo che si oppone, né troppo velatamente né troppo ingenuamente alla marginalizzazione dell'apporto umanistico all'interno della professione.

A prima vista, uno degli aspetti più evidenti, se non il più vistoso, dell'autoproduzione sembra essere l'esaltazione della
specificità di un mestiere che, come tale, sia anche mĭnĭstĕrium, ovvero un'attività nella quale tecnica, gusto, abilità manuali ed estro creativo singolari siano rivolte al servizio e in aiuto della collettività. In questo senso e con approcci assai difformi (sia privilegiando strategie design-driven intrecciate magari con tecniche produttive artigianali, sia confrontandosi con innovative modalità user centered volte a far ricollimare l'alta tecnologia con i bisogni primari e della quotidianità) la specificità dell'autore e del suo territorio ha modo di «offrirsi» ad una comunità che oggi è sì «globale» ma sempre più «virtuosamente edonista», dotata di influenze direttive e, apparentemente, ben disposta nei confronti di oggetti in grado di «raccontarsi» in prima persona, quasi senza tramite, con «narrazioni» che appaiano in primo luogo semplici, dirette, sincere.
Come detto però, non si tratta d'ingenuo interesse, esiste un mercato che va rafforzandosi di anno in anno e, come recenti inchieste giornalistiche hanno evidenziato, se nello stesso mercato equo-solidale si può rinvenire l'interesse delle multinazionali, non è del tutto peregrino supporre che, in un futuro non troppo lontano, le risorse investite nel settore dell'autoproduzione assumano una consistenza ragguardevole.

Le tre interviste di Pamela Pelatelli, originariamente pubblicate sul
blog di Operae (www.operae.biz/blog) e qui di seguito raccolte, presentano a nostro avviso un primo «giro di consultazioni» su una tematica di sicuro interesse per il futuro professionale di molti designer e che speriamo sia di stimolo per ulteriori considerazioni da parte di molti altri operatori del settore.



INTERVISTA A LUISA BOCCHIETTO



Luisa BocchiettoLuisa Bocchietto è architetto, designer e dal 2008 Presidente Nazionale dell’ADI – Associazione per il Disegno Industriale. Laureata nel 1985 a Milano con Marco Zanuso in Disegno Industriale e diplomata presso IED in architettura di interni. Lavora con un proprio studio a Biella e Milano e collabora come tutor e come visiting professor con università e scuole di design.

Operae: Dal tuo duplice punto di vista, di designer e presidente di ADI, che significato associ all’espressione «design autoprodotto»?

Luisa Bocchietto: Per deformazione professionale, penso il design principalmente come design industriale. Dal mio punto di vista, reputo quindi chiara la differenza tra design, arte e artigianato. Rispetto a questo triangolo di espressioni dell’ingegno umano, in Italia, paese, da sempre, di trasformatori, il design autoprodotto si giustifica soprattutto come una naturale tensione creativa del territorio e della sua gente, che nell’autoproduzione trova occasione per esprimersi. Si distingue quindi dal fai-da-te, maggiormente tipico del mondo americano e anglosassone, più orientato alla creazione di un oggetto strettamente funzionale.
In un’ottica contemporanea, poi, il design autoprodotto trova motivazione in un certo ritrovato amore per «il fare le cose» a cui spesso è associato il tentativo di riappropriarsi del ciclo di produzione continuo: sapere com’è fatta una lampada, di quali materiali, come si fa a realizzarla, sono domande legittime che le persone hanno iniziato a porsi e alle quali cercano di dare risposte.

Operae: Rispetto al design industriale, il fenomeno dell’autoproduzione è spesso interpretato secondo due opposti universi di senso: concorrenza vs avanguardia. A quali di questi fronti, secondo te, appartiene?

Luisa Bocchietto: Rispetto a questa dicotomia interpretativa, io credo che ci sia una sorta di falso problema: molti tra i designer che fanno autoproduzione, in realtà fanno autopromozione. Dal mio punto di vista, l’autoproduzione serve in molte occasioni per mettersi in luce e trovare aziende da cui farsi produrre in modo tradizionale. Del resto l’autoproduzione, oggi, si confronta con un problema reale: difficile riuscire a gestire bene tutti i passaggi della filiera e guadagnare abbastanza. Per sopravvivere, è necessario lavorare per le poche aziende importanti che fanno prodotti per il mercato. In molti casi, dunque, i giovani designer usano l’autoproduzione come fase di passaggio. A meno che, con la propria ricerca progettuale, si intenda inseguire una forma di espressione artistica o una particolare nicchia, rilevante per il valore intrinseco che possiede, e dunque un genere di qualità che solo una produzione limitata può garantire. In quel caso si aprono altre strade: quella artistica se si vuole rendere il prodotto portatore di un particole valore filosofico, oppure quella artigianale se si intende focalizzarsi su un particolare metodo o pratica di eccellenza. Nei casi più complessi invece, l’autoproduzione trova riscontro in una logica evolutiva che rimette in discussione tutto il processo creativo alla ricerca di nuove interrelazioni tra i diversi attori che oggi si devono interfacciare per promuovere innovazione.

Operae: Guardando al territorio nazionale, quali ritieni essere le realtà locali più interessanti sul fronte dell’autoproduzione?

Luisa Bocchietto: Normalmente l’autoproduzione si esprime meglio nei luoghi più distanti dai centri di comunicazione. Le Marche e il Veneto, per esempio, sono zone molto attive. Anche la Campania sta esprimendo una piccola rete di micro-imprenditori molto interessanti. Qui, una certa carenza del tessuto industriale si sta trasformando in un’opportunità che probabilmente potrebbe condurre alla formazione di una rete imprenditoriale molto valida.
Torino, con la ricaduta degli eventi di World Design Capital del 2008, può diventare un laboratorio interessante.
La presenza di questi nuclei dimostra che sul territorio c’è un’intelligenza diffusa che spesso non corrisponde a quella del Sistema Paese, dove spesso la qualità espressa dalla base non viene valorizzata a sufficienza.



INTERVISTA AL PRIMO FABLAB ITALIANO



FablabEnrico Bassi è designer laureato al Politecnico di Milano e coordinatore del primo Fablab italiano inaugurato ad aprile a Torino. FabLab sta per Fabrication Laboratory: un luogo che è né fabbrica né bottega artigiana, (anche se ha parentela con entrambe le realtà) nel quale è presente una dotazione tecnologica costituita da una macchina a taglio laser, una stampante 3D, una fresa a controllo numerico, una macchina per la prototipazione rapida. L'insieme di questi utensili tecnologici consente a chiunque di produrre o aggiustare “quasi” qualunque cosa.

Operae: I Fablab nascono per essere luoghi in cui produrre «quasi» tutto. Che significato assume l’espressione «design autoprodotto» in un contesto come questo?

Enrico Bassi: Dal mio punto di vista, l’autoproduzione si delinea come una sorta di rivendicazione dei designer a fare «il designer». Niente più di ciò che da sempre è richiesto loro: realizzare idee, toccare la materia e attaccarci una visione del mondo. Ciò avveniva ancora negli anni '60/'70 quando, insieme con l'azienda, il designer poteva condurre progetti comuni. Il paradosso contemporaneo ci mette di fronte un’azienda che è sempre più una scatola vuota, un nome che intrattiene relazioni con enti terzi ma sempre più scollegata da ciò che produce.
Nella direzione di un bisogno di riappropriazione del fare, il Fablab (www.fablabitalia.it) è un passo ancora più estremo. E’ il momento in cui il designer accetta che tutti possano progettare. Succede perché qui chiunque può usare le macchine che usa l’industria, accedere alle competenze di un designer e alle conoscenze dei materiali di un artigiano. Le conseguenze di una tale concentrazione di strumenti e risorse sono molteplici.
Il cittadino assume un atteggiamento responsabile nei confronti dell’oggetto domandandosi di quali materiali sia fatto ogni singolo pezzo, se serve realmente e in base a quale abitudine, diminuendo anche le probabilità che sia gettato dopo poco.

Operae: Ai fini della progettazione e della realizzazione, la digital fabrication si caratterizza per l’uso di software e macchine digitali. A quali opportunità questo consente di accedere in termini di ricerca sul prodotto e sul processo?

Enrico Bassi: Produrre con delle macchine significa adeguarsi ai linguaggi a cui quelle macchine rispondono: nuove macchine implicano nuovi linguaggi. Quando è nata la plastica, la macchina per lo stampo a iniezione aveva un suo linguaggio e quel codice ha caratterizzato tutti gli oggetti derivati dalla plastica.
Da sempre dunque gli oggetti assumono le caratteristiche del linguaggio della tecnologia di produzione che li fa. Le macchine digitali con le quali noi abbiamo a che fare hanno nuovi linguaggi. Presuppongono attenzioni diverse, diverse peculiarità, considerazioni sui pesi e sulle strutture, alternative. In altre parole altre opportunità di progettazione.
La differenza è che dove prima bisognava conoscere il funzionamento del processo di stampaggio a iniezione, con le macchine digitali spesso è sufficiente sapere come fare un file 3D. Le uniche limitazioni hanno a che fare piuttosto con tempi e costi.
Lo sforzo progettuale si concentra nella fase di analisi del contesto d’uso poiché realizzare un proprio oggetto implica una scelta che può derivare solo da una buona valutazione preliminare. Superata questa fase in poche ore il progetto è pronto poiché il prototipo è già il pezzo finito e non bisogna mettere in moto la lenta macchina di un processo industriale.

Operae: Nel panorama dell’autoproduzione digitale o post-digitale, quale ritieni essere una realtà interessante (designer, galleria, istituzione…)?

Enrico Bassi: Una delle realtà più interessanti dal mio punto di vista è Ponoko (www.ponoko.com), un service internazionale che produce oggetti, basati su progetti a pagamento o addirittura gratuiti. Il meccanismo funziona così: i designer possono caricare sul sito il loro progetto, avendo quindi una vetrina internazionale a disposizione. quando un utente vuole acquistare quell’oggetto lo commissiona a Ponoko, pagando il designer da una parte (se il progetto non è gratuito) e chi realizza fisicamente il prodotto dall’altra. Questo significa che il designer può farsi realizzare una serie limitata del suo progetto e poi rivenderla, oppure semplicemente farsi pagare il diritto ad usare la sua idea e lasciare che altri si occupino della produzione, distribuzione e vendita. La rete di Ponoko consente tra l’altro di raggiungere l’altro capo del mondo senza spostare il prodotto, ma solo il suo file 3D. A questo punto non importa più quanto sei famoso come designer. Ti basta avere buone idee.



INTERVISTA A ENRICO MORTEO



Enrico MorteoEnrico Morteo è storico e critico del design, ex direttore editoriale di Abitare e oggi collaboratore di numerosi periodici. Nel 2011 ha firmato la curatela della mostra Unicità d’Italia. Made in Italia e identità nazionale inaugurata a Roma il 31 maggio e aperta fino al 25 settembre.

Operae: Quale definizione daresti, dal tuo punto di vista di critico e storico del design, all’espressione «design autoprodotto»?

Enrico Morteo: Per quanto sia vaga e di difficile traduzione, credo che la parola design rimandi in senso lato ad un modo «moderno» di affrontare il problema della produzione di oggetti. Sebbene non in maniera esclusiva, ciò spesso si avvicina alla produzione di tipo industriale, per sua natura basata su processi seriali e, possibilmente, grandi numeri. Al contrario, la categoria della autoproduzione mi pare richiamare i modi di una produzione artigiana, basata non sulla velocità dell’industria quanto sulla durata del fare, un approccio di piccola serie o di pezzi unici.
Senza voler sostenere una vera e propria antinomia fra i due termini, mi pare che la categoria dell’autoproduzione occupi con intelligenza i margini della ricerca del design moderno. Ritroviamo illustri esempi di autoproduzione nell’esperienza inaugurale della Bauhaus così come in molteplici sperimentazioni che si collocano al confine con le ricerche dell’arte. Penso a Gaetano Pesce o Hella Jongerius, per fare solo due dei nomi possibili. Ma in certa misura affini ad un design autoprodotto sono anche molte delle proposte elaborate da un eccentrico personaggio quale Carlo Mollino, realizzate sotto la sua costante supervisione dalla falegnameria artigiana Apelli & Varesio.

Operae: In quali elementi della tradizione progettuale italiana, si possono riconoscere le radici dell’autoproduzione contemporanea?

Enrico Morteo: In un Paese che vanta una ricchissima tradizione di botteghe artigiane sono infinite le ascendenze cui far risalire il ritrovato interesse contemporaneo per un design autoprodotto. Senza scomodare la primordiale industria della pasta di Gragnano, penso alla tradizione Muranese, agli orafi di Valenza, ai ceramisti di Vietri o di Albisola.
Nessuna però di queste lontane radici potrebbe da sola giustificare ciò che accade oggi, le cui ragioni sono piuttosto da ricercare nell’evoluzione delle tecnologie digitali, declinate sia in fase di progetto che di lavorazione. La possibilità di tradurre un disegno in un tracciato vettoriale che diventa perciò stesso istruzione per una serie di macchine a controllo numerico: un processo oggi relativamente poco costoso e alla portata di molti progettisti/produttori. Questo l’elemento di assoluta novità del progetto contemporaneo. Da non confondere invece con un vero e proprio revival dell’artigianato creativo, terreno affine ma concettualmente diverso da ciò che nonostante tutto ancora chiamiamo design.

Operae: Nel panorama dell’autoproduzione, quale ritieni essere una realtà interessante (designer, galleria, istituzione…)?

Enrico Morteo: Sinceramente, il paesaggio dell’autoproduzione contemporanea mi pare ancora troppo pulviscolare e disperso per esprimere valori di punta e significativi. Ciononostante, gallerie come quella della milanese Luisa delle Piane si distinguono da tempo come promotrici di occasioni e di provocazioni. Per non parlare della parabola tracciata da lungo tempo da Ugo La Pietra, vero e proprio teorico situazionista di un design a misura del fare individuale.




Operae. E' una mostra-mercato interamente dedicata al design autoprodotto. Un vero e proprio marketplace diffuso che propone uno sguardo inedito sul mondo del design e che sollecita l’incontro diretto tra designer provenienti da tutto il mondo e pubblico, commercianti, distributori e giornalisti. A Operae è possibile esporre e acquistare prodotti appartenenti alle diverse categorie merceologiche, frutto della creatività e del lavoro di professionisti del design che gestiscono direttamente l’intera filiera produttiva (dalla definizione dell’idea alla realizzazione, fino alla comunicazione e distribuzione) e che fanno della ricerca continua e della piccola serie il loro punto di forza.
Integrata nell’identità progettuale e artistica di Torino, Operae si svolge all’interno di un circuito di sedi, situate nel centro della città, distanti pochi metri l’una dall’altra. Oltre a collocarsi in corrispondenza dell’apertura di Artissima, una delle principali fiere internazionali d’arte contemporanea.
Dentro una ritrovata cultura della manualità e della libertà progettuale, il design autoprodotto proposto da Operae mette in luce la riscoperta della sperimentazione sulla materia attraverso la lavorazione diretta o la collaborazione con piccole realtà artigianali a favore di una produzione spesso limitata, ma ad alto valore innovativo. Tutto ciò fa dell’autoproduzione una corrente del design di grande attualità, che concilia la ricerca estetica e funzionale con una logica di sostenibilità.


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Autoproduzione:
Intervista a Luisa Bocchietto

Intervista al primo Fablab italiano
Intervista a Enrico Morteo

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