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  09/07/2009
In ricordo di Adriano Piazzesi
 Umberto Rovelli






Domenica 14 giugno 2009 si è spento Adriano Piazzesi, poeta, scultore, esperto musicale, fotografo, pittore e designer, che non aveva mancato di proporsi come inesauribile artefice del «fare forma» – anche e soprattutto negli ultimi anni della professione.
Schivo e – sovente – romanticamente alieno alle logiche di mercato, Piazzesi ha forse raccolto meno di quanto avrebbe meritato l'impressionante creatività dimostrata in oltre mezzo secolo di carriera. Un talento raro, sfuggito forse a più di un critico del settore ma che non ha mancato però di stabilire un saldo feeling con il pubblico. Solo pochi anni fa, il suo stile conteso tra poesia e razionalità convinse davvero tutti, accreditando il successo ad un'inconsueta e raffinata seduta – Loft – che dal 2003 è divenuta bestseller aziendale.

Nell’anno successivo ho avuto il piacere di dialogare un’intera mattinata con Adriano. Una lunga chiaccherata che per una serie di spiacevoli contrattempi non è mai stata pubblicata se non in minima parte. A quel tempo non avevo conosciuto molti designer toscani, ma mi parve di sentire in quell’incontro una nota inconsueta, una prossimità interiore che nel corso del tempo si è delineata sempre più acuta. I dubbi, i talenti, le occasioni mancate – si parva licet componere magnis – mi fecero pensare di trovarmi al cospetto di una sorta di altro me stesso dislocato nel tempo.
Da questo riconoscimento sono sempre rimasto turbato. Ma il ricordo più esaltante di quella mezza giornata trascorsa insieme, fu l’inesauribile passione umanistica che sprigionava da quell’anima di perenne ragazzo. Passione per l’umanità che si esplicava in eccezionale sensibilità – per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 realizzò la grande scultura in ferro posta nella piazza antistante la stazione – e che lo esponeva ad una duplice invasione: l’esaltazione intellettuale per la sintesi etico-estetica del kalos kai agathos e il profondo «disagio» connesso alla sua mancata presenza in gran parte del mondo.

Talento intellettuale e morale che non nascondeva il proprio innamoramento per la materia, il colore, le persone, Adriano Piazzesi è stato nel senso più nobile della parola un «cultore» del progetto, un designer che ha interpretato il proprio ruolo come missione. Un pionere che ha ideato un’infinità di progetti contraddistinti dalla visionarietà anticipatrice delle soluzioni adottate e che – per almeno un decennio – è stato punto di riferimento per il furniture design e l’imbottito in particolare.
Ma soprattutto Piazzesi era un'anima intrisa di poesia che è quasi impossibile ricordare e riproporre senza mettere in campo l’episodicità, il kairos del frammento dialogico, l’estemporaneità dell’istantanea – altra sua peculiare capacità particolarmente apprezzata da Giovanni Klaus Koenig – e il piccolo formato narrativo.

Anche per questo vorrei proporre in questa sede una raccolta di alcune sue brevi considerazioni esternate in quella giornata, nella speranza che aiutino a descrivere – anche se solo in parte – e a ricordare la figura di Adriano Piazzesi.

Fare Forma. Del dialogo, del dono, del dolore

«Penso al design come ad una forma di dialogo. Sono tormentato dallo spazio, da tutto quello che è intorno a noi: il caldo, il freddo, la luce, il vento. Per me ogni fenomeno che accade nello spazio è un'informazione, o meglio, una domanda che chiede una risposta. E credo realmente che di fronte ad un oggetto si possa percepire che esso ci impegna in una certa direzione. Un oggetto cioè, comunica in modo molto profondo e non solo con il nostro corpo ma anche con la nostra mente. Un oggetto può arrivare ad acculturare chi lo utilizza e ne fruisce le qualità... »

«Ho avuto esperienze di ambienti altamente diseducativi, ma spesso anche gli oggetti possono contribuire a non educare a sentire e dialogare con noi stessi.
In fondo è – o, meglio, dovrebbe essere –, come quando vediamo e amiamo un quadro. Di fronte ad esso ci poniamo, e siamo, in una relazione biunivoca, in un rapporto pieno. Anche il quadro pone a noi delle domande, e se non sappiamo rispondere ci sentiamo impegnati a trovare una risposta. Questo ci avvicina e ci fa avvicinare al quadro: al punto da sentire il bisogno di toccarlo. Per questo anche amo tantissimo Alberto Burri. Nelle sue opere c'è la materia più vile, più povera, sublimata in raffinata pittura. Nei sacchi di Burri percepisco la stessa abilità a trasformare il mondo e renderlo pittura che c'è nei fondi oro dei maestri del trecento. E' Il sacco che diventa colore. Certo, se ne indovina la provenienza, si avverte in qualche modo che il sacco è il sacco, ma ormai si è trasformato in pura pittura di altissima qualità.
Questo è ciò che mi ha toccato. Ed è, forse, ciò che cerco di fare nei miei oggetti sforzandomi ogni volta di ottenere qualcosa in più della nuda somma dei materiali utilizzati… »

«Nel realizzare un oggetto, credo che occorra preoccuparsi in primo luogo di creare un dialogo con la forma, offrire qualcosa di diverso, che non sia “automatismo”. Non riesco a sopportare le auto che all’interno, in qualche modo, non mi ricevono. Mi potrebbero regalare la macchina più straordinaria di questo mondo ma non potrei mai montarci sopra se in essa non si determinasse questo tipo di rapporto. Per esempio mi piace la macchina che ha molta profondità nel cruscotto, che dà l’idea di guidare magicamente perché non sei a ridosso della strada, ma sei lontano. E questo la dice lunga su di me, cerco infatti di allontanarmi il più possibile...
Ma vale anche, al contrario, il desiderio di prossimità con gli oggetti.
Una volta, mi chiesero: “Che sta facendo?” Avevo visto una sedia in legno, molto bella e la stavo toccando. Arriva un punto nel quale di fronte ad un oggetto che mi interessa ho bisogno di “fare il cieco”, di godermelo solo con il tatto. Ed è una sensazione straordinaria, perché si guadagna molto. Perché, ad esempio, attraverso il tatto posso sentire che c’è un cambiamento coordinato al variare della vena del legno... Queste cose mi conquistano. E’ per quello che a me piacerebbe fare delle pitture che invitino a toccare, ad essere toccate. Perché vanno toccate. Ma, al medesimo tempo, ho anche bisogno di vedere... »

«Mi piace il lavoro – nell’arte come nell’economia – con pochi elementi… Per me è come costruire una grande frase, una grande poesia, con un vocabolario ristretto... Ma soprattutto quel che io voglio nel prodotto d’arte è la magia, voglio cioè che in esso sia celato un che d’inesplicabile, segreto e inattingibile. Tempo fa ho sentito qualcuno asserire che è possibile "dimostrare" matematicamente le composizioni di Beethoven. Ecco, se ciò fosse vero allora io non amerò più Beethoven. Perché pensando alle sue ultime sonate – che più che belle sono inquietanti – lì per me la musica si trasfigura in pensiero, in comunicatività straordinariamente e magicamente immediata. Per fare un altro esempio, quel che mi commuove paurosamente è la "orizzontalità" della IX Sinfonia. L’ultima parte, che è cantata, dove non c’è più trascendenza, ma ci si può quasi guardare “ad altezza d’uomo”.
Allora mi sento coinvolto, sento che mi è stata restituita la dignità. Colma d’inquietudine ma dignità. Siamo tutti insieme, l’umanità che si muove, e lì davvero c’è la luce in fondo. L’orizzonte è una linea di luce. E questo a volte, non riesco proprio ad ascoltarlo integralmente… mi tocca a tal punto che lo riesco a sentire solo per brani... »

Adriano Piazzesi
Firenze, luglio 2004



Adriano Piazzesi

Designer di forte poetica, pittore e scultore, Adriano Piazzesi approccia il progetto alla luce del rapporto tra l’oggetto e chi lo utilizza. Artista schivo e progettista rigoroso, per lui il design non è un accessorio, ma una parte integrante della produzione, nel quale riversare la sensibilità artistica e l’attitudine progettuale.
Piazzesi è attivo dagli anni sessanta: si è formato nello studio dell’architettura, che gli ha dato il gusto di progettare la struttura sottesa alle superfici, ma tale rigore progettuale non ha limitato i suoi interessi al solo aspetto professionale del lavoro di designer. Come pittore ha cercato di seguire sperimentazioni innovative sia nella tecnica che nelle soluzioni formali. Ha ottenuto riconoscimenti da parte di artisti come Vedova e Ghermandi e di critici come Umbro Apollonio e Lara Vinca Masini. Come scultore ha realizzato la grande ruota spezzata in ferro posta davanti alla stazione di Bologna in ricordo delle vittime dell’attentato del 1980 e la scultura in ferro posta all’ingresso della Galleria di San Benedetto Val di Sambro che meritò l’apprezzamento e l’abbraccio del Presidente Pertini.
Per la parte ludica ha realizzato una serie di libri d’arte e ha condotto esperimenti nell’ambito del fumetto. Come fotografo ha realizzato quelli che lui ha chiamato i quadri orizzontali, basati sulla casualità di materiali di recupero che trasformano questa casualità in forma d’arte.
Ha sempre considerato queste espressioni artistiche principalmente come occasione di dialogo con gli altri e le mostre realizzate sono state soprattutto un incontro con gli amici e per gli amici.
La sua parola: un volontario alla ricerca del silenzio e della solitudine.
Pensate! Ascoltare il silenzio, carezzare la compagnia della solitudine!




 IMAGE GALLERY 


Adriano Piazzesi, Metropolitan, 2000, Arketipo Adriano Piazzesi, Easy, 2000, Arketipo Adriano Piazzesi, Ciak, 2002, Arketipo Adriano Piazzesi, Mikra, 2005, Arketipo

Adriano Piazzesi, Space, 2005, Arketipo Adriano Piazzesi, Loft, 2003, Arketipo Adriano Piazzesi, Loft, 2003, Arketipo Adriano Piazzesi, Carlo Bimbi, Must, 2006, Arketipo


 
     

 
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